Assaggiare l’Occidente: Cuba in transito

Assaggiare l’Occidente: Cuba in transito
05 Gen 2017

 

“Vi propongo il mio testo di introduzione pubblicato, in traduzione inglese, in un bel libro d’autore di Valerio Berdini, fotografo italiano che vive a Cambridge: West. Cuba, un reportage apparso in parte sul Guardian e su R2 di Repubblica, che poi ha preso forma di libro. West è l’acronimo di Wi-Fi Enabled Socialist Transition. Qui potete vedere alcune immagini dal reportage.”

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Nell’estate del 1990 le Germanie erano ancora due, ma alla fine di luglio era stato abolito ogni controllo di documenti fra Berlino Ovest e Berlino Est. Eppure, varcare il Muro dava ancora una strana sensazione.

Il paesaggio era diverso. Ma l’osmosi era iniziata. Puntavamo verso Alexanderplatz, scendendo a piedi lungo una delle strade che vengono da Wedding.

Le pubblicità commerciali cominciavano ad aggredire la città a loro vietata. Un poster di sigarette era tra i più audaci. Marca West. Lo slogan mi sembrò beffardo, arrogante e vincente: Taste the West. Assaggiate l’Occidente.

Le narrazioni del post-comunismo sembrano avere in comune questo copione: il Capitalismo si riprende il maltolto. Non è così, dovremmo averlo capito ormai.

Non c’è nessuna restituzione, nessun ritorno. C’è un dopo che è un nuovo ibrido mutante, che nessuno può pre-vedere. Le transizioni politiche post-traumatiche si presentano così all’occhio di chi cerca di guardarle. Come l’angelo della storia di Walter Benjamin, il fotografo delle transizioni è spinto da un vento impetuoso, che sente in faccia, ma lo spinge verso un futuro che sta alle sue spalle, che non vede, mentre riesce a vedere solo quel che si lascia indietro, e che velocemente scompare alla sua vista.

Credo che a Cuba Valerio Berdini abbia sentito soffiare quel vento, e si sia chiesto cosa fare di immagini che potrebbero presto scomparire per lasciar posto a quali chissà. Penso si sia chiesto quali immagini prelevare da quella corrente e conservare a futura memoria.

La sua risposta è nei quattro movimenti di questo libro, che somiglia a una sinfonia per una rivoluzione: ne ha la struttura, i tempi, il pathos. Grande ouvertureallegretto moderato, un rondò notturno di luci reali e metaforiche: la luce dei lampioni delle piazze e il bagliore azzurrino dei display, dove la gente però volta la schiena alla prima e si lascia bagnare il viso dal secondo, che è una luminescenza magica che filtra oltre una soglia, un barbaglio magnetico di schermo che ti attira, un po’ Poltergeist volendo.

Poi, l’adagio maestoso della storia del tabacco. Poi, il minuetto vivacedei segni della rivoluzione, che a volte sembra accelerare in scherzo, ma con una nota malinconica di bordone, in minore. Infine, l’andante con moto nel racconto dei treni, un finale in metafora semplice, malinconica, inevitabile.

Giudizio formalista? Ma le “forme” non sono il contrario dei “contenuti”. Servono a contenerli. A difenderli, anche. Dai pericoli.

Cuba è una trappola fotografica. Cuba è l’esotico d’Occidente, è un’India precipitata nei Caraibi, alle soglie dell’America; i colori della sua arretratezza materiale sono una seduzione a cui dev’essere difficile resistere. Ma desaturarli punitivamente sarebbe ideologia.

Conosco i colori di Valerio, saturi ma non aggressivi, conosco la definizione dei suoi dettagli, ho sempre pensato che il suo linguaggio, quando fa reportage, sia il contraltare dell’atmosfera in cui lavora quando fotografa i concerti rock: dove le gelatine dei fari dipingono palette stravolte, dove i fumi appannano i contorni. Quando fa reportage, Valerio rimette le cose al loro posto.

Ma questo esercizio dev’essergli stato particolarmente necessario, e arduo, a Cuba. Un paese che, ve lo dirà anche con le parole scritte, per lui è un luogo dell’anima. Nessuno riesce mai ad essere formalmente autocontrollato fino in fondo, quando scrive la propria autobiografia.

Valerio non nasconde il punto di vista. Ora non sto più parlando di forme. Questa sinfonia ha il timbro delle utopie di una generazione, messe alla prova dalla cacofonia di un altro tempo.

Cuba siamo un po’ tutti, noi di quella generazione, qualunque opinione e giudizio ci siamo fatti sulle sorti della sua rivoluzione, qualunque risposta abbiamo dato quando qualcuno, con l’aria seducente e melliflua, ci ha proposto: taste the West.

SMargiassi-Repubblica.it

 

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