Cuba, il futuro tra la Revolutión e Disneyland

Cuba, il futuro tra la Revolutión e Disneyland
06 Apr 2017

Sono arrivati i turisti americani, ma Trump fa paura. E fra meno di un anno Raúl Castro lascerà la presidenza, aprendo una lotta per la successione. Viaggio nell’isola caraibica

DI GIANNI PERRELLI DALL’AVANA. FOTO DI GIANCARLO CERAUDO per L’ESPRESSO

Tempestandosi di selfie sui sedili di una Chevrolet resuscitata il turista americano è troppo estasiato dal suo tuffo negli anni Cinquanta per percepire le ansie di Cuba dopo l’avvento di Donald Trump. Il cambio di guardia alla Casa Bianca grava come una spada di Damocle sul futuro di un paese spaccato, in cui alla faccia dell’egualitarismo socialista aumentano le diseguaglianze.

Tra la corsa al profitto di un turismo arraffone e la dieta a riso e fagioli a cui resta consegnata la maggioranza della popolazione. Una schizofrenia che, da un lato, fa andare alle stelle i prezzi arricchendo anche con le semplici mance la minoranza che lavora a contatto con gli stranieri: decollate le tariffe degli alberghi, richieste senza controllo per le corse in taxi, conti salati nei nuovi ristoranti alla moda aperti con i capitali affluenti dalla diaspora di Miami. E, dall’altro, costringe i lavoratori statali (il 70 per cento) a stringere la cinghia con stipendi mai superiori all’equivalente di 30 euro al mese e la stampella di una libreta (i sussidi alimentari) sempre più striminzita.

Il boom del turismo (tre milioni e mezzo di visitatori l’anno, dopo le aperture di Barack Obama e l’invasione degli americani) è insieme con le rimesse dagli Usa (tre miliardi di dollari l’anno) l’unica voce attiva nel bilancio di un’economia che perde colpi. L’aumento del Pil è sceso dal 4,4 del 2015 allo 0,9 del 2016.

Un crollo causato dalla crisi che paralizza il Venezuela e il Brasile, i paesi che in cambio dell’importazione di medici più sostentavano le casse del regime cubano. Caracas assicurava le risorse energetiche con l’erogazione di petrolio a condizioni agevolate che si è ridotta di due terzi. Brasilia si era impegnata nella costruzione della zona franca intorno al porto di Mariel dove i lavori si sono bloccati. Resta in piedi l’interscambio con gli Stati Uniti, che fornivano prodotti alimentari anche prima del ripristino dei rapporti diplomatici. Ma Cuba per la Casa Bianca oggi non è più una priorità. È tornata a essere un fastidio, un paese di cui diffidare fino a quando permarrà il monopolio del partito unico e non sarà garantita la libertà di parola ai dissidenti.

Il lider maximo, per il nuovo presidente americano, è stato «un brutale dittatore». E se sulla questione dei diritti umani Obama si limitava a criticare e a invocare l’avvento della democrazia, Trump pretende un cambio radicale che Raúl Castro, in difesa dei valori rivoluzionari, non sembra disposto a concedere. Un braccio di ferro al momento sotterraneo. Sulle colonne del Granma e nei circoli ufficiali si tende a parlare poco di Trump. Per paura di provocare uno scontro dalle conseguenze imprevedibili. Non si arriverà ad una nuova chiusura delle ambasciate perché Trump ha uno spirito imprenditoriale troppo spiccato per non fiutare che Cuba è pur sempre un’occasione di affari. Ma scompare dall’orizzonte la revoca dell’embargo ultra cinquantennale. E Washington potrebbe rivedere la concessione ai cubani dei 20 mila visti l’anno per l’ingresso negli Usa. Già si registra una lieve diminuzione dei turisti americani, nel timore che un improvviso irrigidimento dei rapporti induca la Casa Bianca a rispolverare la lista nera dei viaggiatori non autorizzati.

All’Avana il cubano vive adagiato in una bolla artificiale in cui, anche se non beneficia direttamente della Disneyland esplosa nelle sue strade, si compiace della vivacità smodata e a volte pacchiana che sta intaccando il paesaggio e lo spirito della capitale. Il recupero architettonico della città vecchia ha diradato l’alone di fatiscenza, restituendo l’antica eleganza. Ma l’invasione delle masse ha stinto il fascino del languore e della spontaneità. Nelle vie del centro, rigurgitanti bar e boutique, è tutto un frastuono. Un frenetico affanno verso una modernità che scimmiotta Miami, intasa le vetrine di paccottiglia, affolla i vicoli di buttadentro dei paladares (le trattorie familiari) e di ugole improvvisate di salsa e timba. Gli americani, braccati dagli ambulanti che offrono sigari e Viagra, presidiano il triangolo hemingwaiano delle bevute: il Floridita, la Bodeguita del Medio e l’hotel Ambos Mundos, da cui oggi lo scrittore scapperebbe a gambe levate.

Di notte la nuova borghesia cubana assapora i frutti proibiti del consumismo mescolandosi ai turisti nei locali di tendenza e ostentando vestiti griffati e smartphone di ultima generazione. Nel fine settimana  gli artisti e gli intellettuali si sottopongono a chilometriche file per entrare alla Fac (Fabrica de Arte Cubana), un vecchio capannone dove si produceva l’olio. Le opere d’arte all’ingresso nobilitano un ambiente dove più che il dibattito culturale ferve la voglia di stordimento. Il comunismo caraibico smania per uscire dal grigiore del conformismo soprattutto fra i giovani più irrequieti, che dimentichi o ignari dei miti della rivoluzione, bivaccano fino all’alba in Avenida de los Presidentes sperimentando generi musicali di rottura.

Anche chi è escluso dal caravanserraglio è investito dal cambiamento. La diffusione sia pure a caro prezzo di Internet (quattro euro per due ore) ha moltiplicato i capannelli nelle piazze in cui sorgono gli hotspot o nelle strade dei grandi alberghi. Persone di ogni età smanettano per ridurre le distanze con i mondi da cui si sono sentiti emarginati. E per tornare a casa fermano uno degli “almendrones” (le vecchie auto americane importate prima della rivoluzione e rimesse a nuovo) che quando non scorrazzano i turisti yankee a 40 euro all’ora sono tenuti a caricare i cubani a prezzi ovviamente stracciati.

Un argomento tabù è il tema pur incombente della successione al vertice. Il 28 febbraio 2018 Raúl Castro (quasi 86 anni) finirà il suo secondo mandato e lascerà la presidenza. Almeno così ha annunciato. L’abdicazione non significa che cederà del tutto le redini del potere. Dovrebbe infatti conservare fino al 2021 la carica di segretario del partito comunista, l’istituzione che assieme alla gerarchia militare regola la vita del paese. Raúl, che all’inizio appariva una figura scolorita, alla lunga ha mostrato uno spirito riformatore non del tutto frenato dal rigore ideologico che ingessava il più carismatico fratello.

«A Cuba», era solito scherzare con gli amici, «esiste il partito comunista di Fidel e poi c’è il mio che potete chiamare come volete». Ma per i cubani è il leader del “vorrei ma non posso”. Ha promosso sì un processo di liberalizzazioni e ha un po’ elevato gli standard di vita ma non ha mai avviato il paese verso un abbozzo di democrazia. Resta avvolta nelle nebbie la nuova legge elettorale che dovrebbe delegare al popolo la nomina del presidente, sia pure con una lista di candidati approvata dai vertici del partito. In futuro cercherà probabilmente di riaccreditarsi come il custode della continuità ideologica e del nazionalismo.

A livello esecutivo emergeranno nuove figure, quasi sicuramente della prima generazione che non ha combattuto per la rivoluzione. In pole position per la presidenza è l’ingegnere elettronico Miguel Díaz-Canel (57 anni), attuale vice di Raúl. Un esponente della società civile di bella presenza e dall’eloquio alieno dalla retorica, che si sforza di rimanere defilato per non crearsi troppi nemici. Si è fatto largo nel Politburo dopo aver ricoperto la carica di segretario regionale del partito a Villa Clara (la città natale) e a Holguin e un’esperienza governativa come ministro dell’Educazione. Per la vulgata popolare è un autocrate dal volto umano che cerca di introdurre spazi di flessibilità.

A Santa Clara ricordano ancora la tolleranza verso gli ambulanti che, quando era ancora vietata la libera imprenditoria, vendevano per strada panini con il maiale ai passanti. L’unico serio handicap agli occhi dei conservatori è quello di non aver potuto per ragioni anagrafiche combattere al fianco dei barbudos. Un ostacolo che potrebbe indurre Raul ad affiancargli come segretario del partito il gerontocrate José Ramón Machado Ventura (l’altro vice presidente, 86 anni). La diarchia sarebbe un inedito per Cuba, governata da sempre da un leader supremo. Fra le cortine di fumo di segnali criptici, che ricordano i misteri della cremlinologia, si affacciano alla ribalta anche Bruno Rodriguez Parrilla (ministro degli Esteri, 58 anni), Marino Murillo (55 anni, capo di una commissione per la modernizzazione che stenta a decollare) e Abel Prieto (66 anni, ministro della Cultura e intellettuale).

Ma il rivale più insidioso di Canel potrebbe essere l’ingegnere e colonnello Alejandro Castro Espín: quasi 52 anni, trascorsi militari in Angola e oggi capo dell’intelligence al Ministero degli Interni. Ma soprattutto figlio di Raúl, terzogenito di quattro e unico maschio. Una soluzione dinastica, all’insegna di un familismo che non sarebbe però troppo ben accetto nel partito in cui l’erede non figura nemmeno nel comitato centrale. La sua candidatura sarebbe rafforzata dalle campagne anti-corruzione, dal ruolo esercitato nel disgelo con Obama e dalla sua familiarità con il business internazionale. Durante gli anni di Bush junior aveva però scritto un pamphlet contro l’imperialismo americano dal titolo “L’impero del terrore”. Chissà se Trump ha avuto modo di sfogliarlo.

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