Cuba, il ritorno degli yankee

Cuba, il ritorno degli yankee
15 Ott 2016

Per la prima volta in oltre 50 anni, una nave da crociera statunitense approda all’Avana, portando la prima onda di un nuovo flusso turistico le cui conseguenze sono imprevedibili

di Cynthia Gorney – fotografie di David Guttenfelder – per nationalgeographic.it

Curiosità, prodigio, simbolo di cambiamento: lo scorso maggio, per la prima volta in 40 anni, una nave da crociera americana ha attraccato al porto dell’Avana. 

Avvistiamo Cuba lunedì mattina, poco dopo l’alba. L’isola, lunga quasi 1.300 chilometri, appare inizialmente come un luccichio all’orizzonte. Poi sullo sfondo rosa del cielo si delineano le sagome delle colline, e infine i tetti delle case.

Il ponte superiore della nave è affollato di troupe televisive; noi siamo accalcati contro il parapetto del ponte sottostante. Qualcuno ha distribuito bandierine cubane e americane. Ora riusciamo a distinguere il Malecón, il lungomare dell’Avana, che nelle serate più calde diventa una sorta di terrazzo collettivo per chi cerca un po’ d’aria fresca. Oggi, però, è diverso: sono le nove del mattino e già s’è radunata una folla che sventola bandierine. E a quanto pare ci acclamano!

Nessuno di noi sapeva cosa aspettarsi. Domenica pomeriggio, mentre salpavamo da Miami, ci domandavamo se la partenza della prima nave da crociera statunitense diretta a Cuba da quasi 40 anni avrebbe scatenato le proteste degli esuli anticastristi, ma l’unica manifestazione è stata quella di un motoscafo con lo sloganDemocracia dipinto su un fianco in rosso. E ora che attraversiamo il terminal passeggeri dell’Avana i festeggiamenti sono così calorosi che io e l’impiegata del cambio valuta siamo costretti a gridare per comunicare  attraverso il vetro.

Io: «C’È SEMPRE TUTTO QUESTO BACCANO QUI?». L’impiegata: «COSA?». Io: «I TAMBURI, LA MUSICA, I BALLERINI? LE ACCOLGONO SEMPRE COSÌ LE NAVI?». L’impiegata: «COSA?». Mi passa una penna e scrivo sul retro di una ricevuta: «È UN TRATTAMENTO SPECIALE PER GLI AMERICANI?». Lei annuisce con un sorriso mesto e alza gli occhi al cielo.

Accalcati intorno al terminal mentre l’Adonia attracca all’Avana, i cubani accolgono gli americani come fossero rockstar. «Una nave come questa, direttamente dagli USA, che gioia immensa», commenta un signore. «Ho 50 anni e non avevo mai visto una cosa del genere». 

Le ballerine portano tacchi alti, costumi da bagno con i colori della bandiera cubana e grandi stelle d’argento fissate ai capelli. Ne vediamo due che, mettendosi in posa con grandi sorrisi, si stringono attorno a un passeggero in pantaloncini appena sbarcato. Vedo balenare qualcosa – disgusto, forse – sul volto dell’impiegata, che abbassa lo sguardo e continua a contare i pesos. Le foto di queste bellezze locali fasciate nei colori nazionali si diffonderanno rapidamente, e faranno discutere.

«Amiga, vieni a sederti con noi», mi invitano Javier e Lydia. I due sono vicini di casa in un edificio cadente non lontano dal terminal; Lydia aveva sentito parlare così tanto nei notiziari dell’histórico arrivo della nave che ha deciso di venire a vederlo di persona con Javier. Si sono portati un rocchetto di lenza e dei pezzetti di gambero da usare come esca e si sono seduti uno accanto all’altra sul muraglione affollato, con la lenza immersa nell’acqua, per guardare la nave ormeggiata. Mi fanno posto e siedo con loro.

Da qui, attorniati da cubani che sollevano tablet e smartphone per farsi selfie con la Adonia, la nave mi sembra l’oggetto più grande di tutto il lungomare dell’Avana. Contiamo nove file di oblò e vetri sopra il livello dell’acqua (io e il fotografo David Guttenfelder abbiamo cabine a bordo per tutta la settimana in qualche punto del quarto livello) e mi viene da pensare che a un cubano quello scafo tutto bianco e luccicante deve sembrare un po’ come un enorme cartellone pubblicitario con su scritto: “Arrivano gli americani. Tenetevi forte”.

Dal Malecón, il lungomare dell’Avana, il punto più vicino degli Stati Uniti dista circa 145 chilometri. Un ritornello comune, che si sentiva tra i cubani che andavano a vedere la nave americana ormeggiata, era: “Bella nave. Mi piacerebbe poter viaggiare così, e andare avanti e indietro tra l’America e casa”. 

Per certi versi, tutto quel che c’è di importante in questo viaggio inaugurale da Miami a Cuba – la sua valenza histórica – sta nell’iconografia, e nell’attesa di quello che verrà dopo. Le navi da crociera non sono una novità a Cuba; da decenni ormai giganteschi alberghi galleggianti come questo, ma battenti bandiere di altre nazioni, approdano su queste sponde. E naturalmente neppure il turismo è una novità. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la dura crisi conseguita alla fine del suo sostegno economico, i governi cubani hanno permesso la realizzazione di villaggi turistici che sono diventati molto popolari tra gli europei e i canadesi. E anche se l’embargo vieta ancora ai residenti statunitensi di recarsi a Cuba per quelle che il Dipartimento del Tesoro definisce “attività turistiche”, gli americani arrivano qui in numeri consistenti da almeno cinque anni.

Già da prima che, nel dicembre del 2014, venisse annunciata la ripresa dei rapporti diplomatici, l’amministrazione Obama approvava itinerari per “viaggi di scambio culturale people-to-people”, una categoria creata specificamente per Cuba. L’idea è che non si vada sull’isola per passare le giornate in spiaggia a bere cocktail a base di rum ma, per esempio, per visitare, accompagnati da una guida, la scuola dove i figli del barman studiano il violino. Poi, lo scorso marzo, il governo ha autorizzato i cittadini americani a compiere viaggi people-to-people per conto proprio, a patto che firmino una dichiarazione giurata in cui si impegnano ad attenersi alle regole dell’embargo. Neanche una settimana dopo, una catena di hotel statunitense ha annunciato un accordo per gestire tre alberghi cubani.

Fino a poco tempo fa, i limiti al Wi-Fi erano fonte di grande frustrazione per i cubani. Ora ogni città ha hotspot pubblici, come questa piazza dell’Avana, per chiunque abbia una scheda a tariffa oraria. Vendute a circa 1,80 euro, le schede sono costose per i salari statali, ma gli hotspot pullulano di gente, soprattutto dopo il lavoro. 

A fine agosto il governo Usa ha dato il via libera ai voli regolari per Cuba, ma già da prima i charter dalla Florida erano così frequenti che sui tabelloni delle partenze dell’aeroporto di Miami Cienfuegos era sempre lì, tra Chicago e Cincinnati. Cienfuegos non è certo una delle più grandi città di Cuba, ma è dotata di un aeroporto internazionale e un terminal per le navi da crociera. È anche la seconda delle tre tappe che l’Adonia effettuerà nella sua crociera intorno all’isola. Per tutta la settimana io e David seguiamo i passeggeri sia sulla nave, sia a terra, studiando, ovunque andiamo, i cubani allo stesso modo in cui loro studiano la Adonia e ciò che porta in mezzo a loro. Settecento turisti tutti assieme sono tanti per una città piccola come Cienfuegos, e mi torna utile ricordare le parole di Javier sul Malecón.

Parlando con me, la sua nuova conoscenza yanqui, l’uomo si diceva abbastanza fiducioso che il suo paese avrebbe saputo gestire lo tsunami che stava per arrivare. Tsunami è una parola che ho sentito più volte dai cubani quando riflettono su ciò che li attende. «Le cose cambieranno, ma a poco a poco», mi ha detto Javier. «Sarà un bene per l’intero paese, vedrai. Riusciremo a cavarcela».

«Il turismo è un’arma a doppio taglio», dice l’architetto cubano Miguel Coyula, che pensa che l’embargo USA sia servito a tenere fuori da Cuba il turismo convenzionale. «Le persone che vengono ora vogliono capire», aggiunge. «Ma quando arriveranno tutti le cose cambieranno. È questa la mia paura». 

Al mercato ortofrutticolo di Cienfuegos, Yanet, la fruttivendola, osserva divertita l’esercito di turisti americani. Alcuni si fermano giusto per gettare uno sguardo dentro e scattare una foto. «Restano sulla nave», dice. «Mangiano nei ristoranti. Da me non comprano niente…». In un bed and breakfast dell’Avana, la Señora Martha, la proprietaria, dice che i passeggeri delle navi non sono utili neanche a lei, ma che il paese ha un disperato bisogno di aumentare il giro d’affari. In un posteggio di taxi di Santiago de Cuba, Jorge, ex ingegnere civile che scarrozza i turisti con la sua vecchia Lada di fabbricazione russa perché così guadagna molto di più, dice che ha sentito gente preoccupata dal fatto che l’afflusso di turisti porti droga, sfruttamento e un aumento della prostituzione. «Io non credo», dice. «Ho fiducia nel nostro governo, nei nostri valori e nella moralità dei norteamericanos».

Resolver è un verbo fondamentale per i cubani. Nel suo senso più cubano significa gestire con destrezza creativa le sfide della vita moderna. Tra i comuni cittadini è motivo di orgoglio nazionale che tanti, improvvisando strada facendo, siano riusciti a trovare una via d’uscita al periodo successivo al crollo dell’Unione Sovietica e a sopravvivere alla cattiva gestione e agli sprechi dei loro governi e al lunghissimo embargo americano. Resolver significa pescare con la lenza perché non si hanno i soldi per la canna, o cannibalizzare carcasse d’auto per tenere in vita una vecchia automobile, non perché quel modello piaccia agli stranieri, ma perché non si ha altro da guidare. I paradossi del turismo sono particolarmente destabilizzanti a Cuba in questa fase che precede il vero arrivo dello tsunami.

Gli edifici fatiscenti dell’Avana affascinano i turisti, che però di rado vedono ciò che accade all’interno. Come molte strutture della città, il caseggiato a due piani dove Caridad Gonzalez vive con la madre ultraottantenne e altri membri della famiglia ha un gran bisogno di essere ristrutturato. 

Mettendo per un attimo da parte le discussioni politiche su quale sia stato il male maggiore tra l’embargo americano e il Partito comunista cubano, una delle attrattive che vengono messe in rilievo nei depliant turistici rivolti agli americani è l’assenza di modernità, dei soliti prodotti, di americanità: nessun McDonald, ed è vero. Nessun cartellone pubblicitario, a parte quelli che propagandano il socialismo e i buoni comportamenti civici.

Un’espressione molto usata negli opuscoli è “congelata nel tempo”. «Il 99 per cento degli americani che vuole venire a Cuba dice le stesse cose», afferma l’architetto cubano Miguel Coyula. «“Voglio vedere l’Avana ora”». Prima che il «Jurassic Park urbano», come lo chiama scherzosamente Coyula, diventi… cosa? Coyula non è ostile al turismo; ospitare gli americani gli sembra un’opportunità di crescita ovvia per la più grande isola dei Caraibi. Ma gli sono altrettanto evidenti i pericoli di un’eccessiva attenzione da parte dei turisti, tant’è che, mentre l’Adonia circumnavigava Cuba, decine di accademici e funzionari erano riuniti in una conferenza dal titolo “Turismo sostenibile e responsabile”. Tra le presentazioni, una clip da Bye Bye Barcelona, un documentario che presenta il caso della città spagnola, resa invivibile dalle orde di turisti, soprattutto quelli che a migliaia si riversano nelle strade dalle quattro navi da crociera regolarmente ormeggiate al porto tutte assieme. «Un parco divertimenti», la definisce un abitante esasperato.

Il paragone non è del tutto inverosimile, visto che Cuba è un’isola enorme circondata da spiagge che dista solo 145 chilometri dagli Stati Uniti. Certe navi che solcano attualmente il Mar dei Caraibi possono contenere sei volte i passeggeri dell’Adonia; la Carnival Corporation, proprietaria della nave, ha molti progetti che riguardano Cuba, come ogni azienda turistica americana che lavori nei Caraibi (inclusa National Geographic Expeditions, che organizza regolarmente viaggi people-to-people a Cuba). A bordo dell’Adonia ho chiesto a un funzionario della Carnival di valutare le potenzialità di una Cuba pienamente sviluppata dal punto di vista turistico. Mi ha risposto che l’anno scorso la Carnival ha portato quasi un milione di persone su Grand Turk, che ha una superficie di poco più di 17 chilometri quadrati. «Cuba è qualche centinaio di volte più grande», ha aggiunto. «Se fa il conto trova la risposta».

«Dici che sei di New York; loro rispondono, “America!” e ti abbracciano», racconta un passeggero, ancora commosso dai suoi incontri con i cubani, che ha deciso di imparare Guantanamera, la canzone popolare degli anni Trenta diventata una sorta di inno internazionale di Cuba, mentre l’Adonia salpava dall’Avana. 

La stima degli esperti è di almeno tre milioni di americani all’anno una volta che il turismo sarà stabilizzato. Cuba ha una popolazione di 11 milioni di persone, molte delle quali si barcamenano ancora a modo loro per avere latte in polvere a sufficienza per i figli, un gabinetto con lo scarico e un balcone che non crolli. Come portare sull’isola tutti questi americani in un modo che possa effettivamente migliorare la vita dei cubani? «Ci ho pensato», dice Rafael Betancourt, professore di economia presso un’università dell’Avana, che ha contribuito a organizzare la conferenza sul turismo. «C’è sempre un rischio. Ma io fondamentalmente sono un ottimista. Credo che abbiamo una tradizione, una cultura molto solida e una storia tutta nostra». Poi aggiunge un’altra cosa riguardo i costumi da bagno con la bandiera cubana. Quando hanno cominciato a circolare quelle foto, alcuni hanno reagito facendo appello alla dignità e al decoro dei cubani negli spazi pubblici. Bisogna trattare con maggior rispetto le bandiere, di qualunque nazione esse siano, hanno scritto alcuni editorialisti. Uno in particolare, parlando di vergüenza, vergogna, ha invocato il venerato scrittore nazionalista Nicolás Guillén, che negli anni Trenta, molto prima della rivoluzione cubana, scrisse una poesia sulle ossequiose suonatrici di maracas che correvano incontro alle navi da crociera yanqui in cerca di dollari. Quando gli chiedo di quel testo, Betancourt sospira e mi spiega che nessuno che lui conosca ce l’aveva con le ballerine in costume da bagno in sé. «Loro non l’hanno fatto per offendere la bandiera cubana», dice. E aggiunge che tutta quella messinscena chiassosa era solo l’idea venuta a qualcuno per rappresentare una Cuba ospitale, esuberante, cordiale e danzante. Ma una polemica come questa può anche risultare utile. «Ha scatenato la discussione», continua Betancourt. «È stato come accendere un interruttore. E noi dobbiamo stare in guardia. Dobbiamo stare molto attenti. Questo Paese non accetterà di farsi strappare la propria identità».

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