Il lascito archeologico di Ramón Cruz Alonso

Il lascito archeologico di Ramón Cruz Alonso
14 Lug 2013

Testo e foto/Texto y fotos: Alexis Rojas Aguilera Trad. Stefano Guastella

Fotocopie/Fotocopias: Claudia Mara Cruz

Il lascito archeologico di Ramón Cruz Alonso

El legado arqueológico de Ramón Cruz Alonso

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Preziosi pezzi, conservati gelosamente per decenni come reliquie familiari, sono emersi per rivelare sfaccettature quasi sconosciute dall’uomo che le aveva trovate, alcune nella zona del Chorro de Maíta e altre nelle vicinanze di Banes.

La sorpresa è stata grande. Di fronte ai miei occhi, il Ginecologo-ostetrico, professor Ramón Cruz Villar, ha posizionato sulla tavola della sua casa ubicata nel reparto Pedro Díaz Coello, nella città di Holguín, un importante quantità di pezzi archeologici gelosamente custoditi nel corso di vari  decenni.

Questo ritrovamento è parte del frutto delle ricerche che realizzava empiricamente mio padre, Ramón Cruz Alonso, nel campo della speleo-archeologia insieme ad altre persone appassionate, come José Antonio Riverón, residente a Cañadón, nel municipio di Banes, uomo con profonde conoscenze in questa disciplina scientifica”, spiega Cruz Villar. “Questa attività”,  segnala il Professore che attualmente lavora presso l’ospedale clinico chirurgico ‘Lucía Iñiguez Landín’  di Holguín, “mio padre la praticò con molto entusiasmo negli anni finali del decennio del 1930, quando lavorava come contabile – pagatore per la Compagnia United Fruit Company che operava in quei tempi , prima della seconda guerra mondiale, nella Baia di  Samá”.

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Il professor Ramón Cruz Villar, figlio di Ramón Cruz Alonso, racconta gli importanti ritrovamenti del padre.

Era solito, secondo quanto ci aveva raccontato a volte nella tranquillità della casa molti anni dopo, percorrere in  particolare la zona che oggi è famosa per l’esistenza del cimitero del Chorro de Maíta,  molto vicino al villaggio di Boca de Samá; zona che in quei tempi godeva di un relativo benessere economico, grazie all’esportazione del ‘guineo’ (banana) prodotto nella regione e per il crudele sfruttamento dei contadini che lavoravano nel settore bananifero”, dice il Professore.

Già in quegli anni, era evidente che Ramón Cruz Alonso fosse a conoscenza dell’importanza archeologica del Chorro de Maíta, fatto testimoniato in un articolo pubblicato nella rivista  Bohemia nel 1938, intitolato “Samá, cuna de la más perfecta organización indo-cubana”(Samà, culla della più perfetta organizzazione indo-cubana), dedicato alle ricerche del suo amico José Antonio Riverón.

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Nel testo, conservato insieme ai pezzi archeologici,  della cui apparizione riporta in una nota che dice: “Questi oggetti archeologici sono stati trovati in vari luoghi nelle vicinanze della zona di Samá: El Molino, Yaguajay  e nel Chorro de Maíta, anno 1937”,  Cruz Alonso segnala: “Esplorazioni… realizzate durante vari anni da parte dell’infaticabile cubano, signor  José A. Riverón, (…) provano che, indiscutibilmente, la zona di Samá, in Oriente,  fu abitata centinaia di anni fa da una razza di indios di cultura superiore alle altre(…) fino ad oggi conosciute o studiate a Cuba.”

Il contabile appuntò che “gli oggetti trovati (…) durante le incessanti scorrerie per gli insediamenti indios di Samá (…) pensiamo possano essere unici a Cuba, dato che non abbiamo notizie di simili scoperte. Tra questi oggetti figurano più di cento statuette che rappresentano Idoli indios, alte da uno a  quattro pollici (1 pollice =2,54 cm) (…) la maggior parte di questi sono perforati (…) nella parte superiore (…) segnale che sono stati usati (…) come adorni pendenti.  Alcune di queste perforazioni sono di un diametro talmente stretto che potrebbe passare solo un capello attraverso il loro foro e questo fa pensare al tipo di ‘attrezzature’ che usavano (…) per poter perforare le piccole teste dei loro idoli (…) alcuni dei quali assomigliavano ad esseri umani con le mani incrociate sul ventre o sul petto,  quasi tutti accucciati e su di un rettangolo a mo’ di piedistallo (…) ci sono pezzi con il cranio allungato e appiattito e altri quasi rotondi (…)  inoltre (…) infinità di figure, tutte di pietra; gambe in miniatura da usare come pendenti,  perline per collane con rotondità quasi perfette, miniature di asce (…) di uccelli, teste di cane e altre (…) assomiglianti a scimmie, con sporgenze nella parte posteriore“.

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Cruz Alonso avrebbe aggiunto più avanti, riferendosi a numerosi altri ritrovamenti di Riverón, che ai piedi di un piccolo monte e a circa 30 cm di profondità, trovò una pezzo che si può considerare il gioiello reale della sua collezione. “Si tratta di un osso inciso, lungo circa cinque pollici (12,7 cm), a forma di bastone (…) con la parte superiore che riproduce una testa umana. Gli occhi sono di madreperla di conchiglia, incastonati nell’osso; i denti, formati da un unico pezzo, sempre di madreperla, sono incastonati nella bocca, a completare l’armonia di questa meravigliosa opera, le orecchie e il naso perfettamente delineati”.

Poi amplia la descrizione: “La parte posteriore della testa, dal cranio al collo, ha un’incisione delicata, di forma oblunga e, a strisce e più sotto del collo, anche nella parte posteriore, a imitazione di una lancetta (…) e nella parte inferiore ha una fenditura che le da la forma di spatola nella punta, mentre una perforatura sotto l’incisione posteriore, fa pensare che l’oggetto sia stato usato come idolo pendente. I tratti che presenta nella parte posteriore della testa, sono similari alle incisioni del vassoio di legno scoperto da Harrintong in una grotta di Baracoa (…) che figurano nella copertina del suo libro ‘Cuba before Columbus’ (Cuba prima di Colombo)”.

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A quel punto il contabile fa riferimento alla lettura delle opere di Fernando Ortíz, da lui qualificato come “illustre archeologo”, che commentano le scoperte fatte in diverse esplorazioni di  Montané, Harrintong, dello stesso Ortíz e di altri distinti specialisti, per assicurare in maniera rotonda che “nessuno di loro ha scoperto a Cuba, idoli del tipo e della perfezione mostrata da quelli che ha collezionato (…)Riverón”.

Il vecchio era un grande ammiratore di Don Fernando Ortíz”, afferma suo figlio, il professore Cruz Villar, ed estrae, come prova incontrovertibile, un articolo del saggio, che sotto l’epigrafe di Cuba Primitiva, fu ancora una volta pubblicato sulla Rivista Bohemia nel 1966, con il titolo “Las razas indias”.  Questo straordinario testo è stato conservato da Cruz Alonso insieme alle sue cose più amate, quando ancora non pensava di andarsene.

 

Chi era Ramón Cruz Alonso?

Ramón Mariano Antonio Enrique  Orestes Leocadio Cruz Alonso, nacque il 13 dicembre del 1909 a Bocas, quartiere di Gibara e fu, fino alla sua morte, avvenuta il 3 dicembre del 1986, un uomo giusto.

Residente nella calle Donato Mármol al numero 27, oggi diventato 5, nella Villa Blanca de los Cangrejos (anche con questo nome viene chiamata Gibara), l’uomo fu Contabile, Agente della Dogana,  Dattilografo, Stenografo, Esploratore e soprattutto Pedagogo, oltre ad altri ruoli, fu legato a sforzi rivoluzionari contro le tirannie di Gerardo Machado e di Fulgencio Batista. Si distinse in altri impegni rilevanti, come il raggiungimento dell’insegnamento laico in tutte le scuole pubbliche cubane. Studiò e lavorò negli Stati Uniti, dominando perfettamente l’inglese. Era un lettore nato.

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Ramón Cruz Alonso in una foto scattata poco tempo prima della sua morte

Con il trionfo della Rivoluzione, arrivò per lui la primavera dei suoi  sogni: Partecipò attivamente al diffondere l’alfabetizzazione e fu capo dell’unità della zona sud di Gibara nella Campagna, professore della scuola Primaria Superiore (fondata con il suo impegno personale, insieme ad altri bravi abitanti di Gibara), professore  della suola Secondaria di Base “Atanagildo Cajigal” e ricevette l’Ordine della Brigata Frank País della Centrale dei Lavoratori Cubani (CTC).

Fu anche professore d’Avanguardia dell’Istituto Superiore d’Educazione, Direttore dell’Educazione nel municipio di Gibara, Vicedirettore dell’amministrazione e Insegnamento Tecnico Professionale dell’allora Regione Holguín e dirigente della sezione dei Pensionati del Ministero dell’Educazione (MINED) alla fine dei suoi anni.

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Ramón Cruz Alonso fu un grande appassionato di speleologia. Qui lo vediamo all’imboccatura di una grotta, situata vicino alla città di Gibara

Alla stessa maniera fu responsabile dell’Archivio Storico di Gibara e si meritò un premio dell’allora Dipartimento di Orientamento Rivoluzionario (DOR) del Comitato Centrale del Partito, per la sua ricerca “Muralla de Miseria”, nel 1975.

Esercitò anche nel giornalismo,  lasciò una traccia fondamentale nella speleologia di Gibara, oggi nitida nel Gruppo di Ricerche Scientifiche e soprattutto ha lasciato ottimi insegnamenti per i suoi discendenti.

Il vecchio” ha commentato affettuosamente il figlio, “era un uomo singolare per i suoi tempi, un uomo con una elevata cultura e una ampia visione”.

 

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Sumario. Piezas guardadas celosamente durante décadas como reliquia familiar, emergieron para revelar facetas casi desconocidas del hombre que las encontró en la zona del Chorro de Maíta y otras próximas, en Banes.

La sorpresa fue mayúscula. Ante mis ojos, el ginecobstetra- profesor Ramón Cruz Villar, desplegó sobre la mesa de su hogar en el reparto Pedro Díaz Coello de la ciudad de Holguín, un número importante de piezas arqueológicas celosamente guardadas a lo largo de décadas.

Esto es parte del fruto de las investigaciones que, empíricamente realizaba mi padre, Ramón Cruz Alonso, en el campo de la espeleoarqueología junto a otros interesados, como José Antonio Riverón, residente en Cañadón, Banes,  hombre con conocimientos profundos en esta disciplina científica, explicó.

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El galeno Ramón Cruz Villar, hijo de Ramón Cruz Alonso, albacea de su legado

Esa actividad, señaló el galeno que actualmente labora en el hospital clínico quirúrgico Lucía Iñiguez Landín de la ciudad de Holguín, la practicó con mucho entusiasmo en los años finales de la década de 1930, cuando laboraba como contador-pagador de la bananera (United Fruit Company) que operaba por entonces, antes de la II Guerra Mundial, en la Bahía de Samá.

Solía, contaba a veces en la tranquilidad de la casa  muchos años después, particularmente recorrer la zona que es hoy famosa por la existencia del  cementerio de Chorro de Maíta,  muy cerca del poblado de Boca de Samá, la cual por entonces, gozaba de una relativa bonanza económica versus la exportación del guineo (banano) producido en la región y la cruel explotación de los campesinos banenses, dijo Cruz Villar.

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Ya para esos años, era evidente que Ramón Cruz Alonso conocía de la importancia arqueológica de Chorro de Maíta, lo cual testimonió en un artículo publicado en la revista Bohemia en 1938, titulado Samá, cuna de la más perfecta organización indo-cubana, dedicado a las investigaciones de su amigo José Antonio Riverón.

En el texto,  conservado  junto a las piezas, de cuya aparición da fe en una nota que dice: Estos objetos arqueológicos fueron encontrados en residuarios en la zona de Samá en: El Molino, Yaguajay  y Chorro de Maíta, año de 1937, Cruz Alonso señala: “Exploraciones…realizadas durante años por el infatigable cubano señor José A. Riverón,…prueban que, indiscutiblemente, la zona de Samá, en Oriente, fue habitada hace cientos de años por una raza de indios de superior cultura a las otras…hasta ahora conocidas o estudiadas en Cuba.”

Apuntó que “los objetos encontrados…en sus incesantes correrías por los asientos indios de Samá…creemos que son únicos en Cuba, ya que no tenemos noticias de descubrimientos similares. Entre estos objetos figuran más de cien idolillos de una a cuatro pulgadas de altura…perforados la mayor parte…en la parte superior,… señal de haber sido usados…como adornos colgantes. Algunas de estas perforaciones son de un diámetro tan estrecho que solo un cabello pasa por ellas y hace pensar en la clase de “herramientas” que usaban…para taladrar las pequeñitas cabezas de sus idolitos…unos semejan humanos con las manos cruzadas sobre el vientre o el pecho, casi todas en cuclillas y sobre un rectángulo a manera de pedestal…los hay con el cráneo largo y aplastado, y otros casi redondos….También…infinidad de figuritas, todas de piedra; piernas en miniatura para usar como colgantes, cuentas para collares de redondez casi perfecta, miniaturas de hachas…de pájaros, cabezas de perro y otras…semejando monos, con salientes en la parte posterior“.

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Agregó Cruz Alonso más adelante, tras referirse a numerosos hallazgos más de Riverón, que en la falda de un montículo y a un pie de profundidad, encontró  un ídolo  que puede considerarse joya real de su colección. Está tallado en hueso, de unas cinco pulgadas de largo, en forma de cetro…la parte superior una cabeza humana. Los ojos son de nácar de concha,  incrustados en el hueso; los dientes, formados en una sola pieza, también de concha, se encuentran incrustados en… la boca, completando la armonía de esta maravillosa obra las orejas y nariz perfectamente delineadas.

Y amplía la descripción: La parte posterior de la cabeza, del cráneo al cuello,  tiene una talla delicada, en forma oblonga y a rayas y más abajo del cuello, también en la parte posterior, a imitación de unas manecillas…y en la parte inferior tiene una hendidura que le da que le da forma de espátula en la punta y un taladrado bajo la talla posterior hace pensar que se usó como ídolo colgante. Los rasgos que presenta en la parte posterior de la cabeza son semejantes a los tallados en la bandeja de madera descubierta por Harrintong en una cueva de Baracoa…que figura en la portada de su libro Cuba before Columbus.

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Refiere entonces la lectura de obras de Fernando Ortíz, al que califica de muy ilustre arqueólogo, que comentan los descubrimientos hechos en distintas exploraciones de Montané, Harrintong, del mismo Ortíz y de otros distinguidos especialistas, para asegurar rotundo que “ninguno de ellos ha descubierto en Cuba, ídolos del tipo y perfección que muestran  los que tiene coleccionados…Riverón”.

El viejo era un gran admirador de Don Fernando Ortíz, afirma su hijo, el galeno Cruz Villar y extrae como prueba irrefutable, un artículo del sabio que bajo el epígrafe de Cuba Primitiva, publicó también la revista Bohemia en 1966, con el título Las razas indias. Este extraordinario texto lo guardó Cruz Alonso  junto a sus cosas más queridas, cuando todavía no pensaba en marcharse.

¿Quién fue Ramón Cruz Alonso?

Nació el 13 de diciembre de 1909, Ramón Mariano Antonio Enrique Orestes Leocadio Cruz Alonso, en Bocas, barrio de Gibara, quien fue, hasta su muerte, ocurrida el 3 de diciembre de 1986, un hombre de causas justas.

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Ramón Cruz Alonso en plena madurez.

Residente en la calle Donato Mármol número 27, hoy 5, en la Villa Blanca de los Cangrejos, el que fuera Contador, Tenedor de Libros, Agente de Aduanas, Mecanógrafo, Taquígrafo, Explorador y sobre todo Pedagogo, entre más oficios, estuvo vinculado a esfuerzos revolucionarios contra las tiranías de Gerardo Machado y Fulgencio Batista y a otros empeños relevantes, como el logro de la enseñanza laica en todas las escuelas públicas cubanas. Estudió y trabajó en los Estados Unidos, y dominaba perfectamente el inglés. Era un lector nato.

Con el triunfo de la Revolución,  llegó para él la primavera de sus sueños: Fue alfabetizador y jefe de la unidad zona sur de Gibara en la Campaña, profesor de la escuela  Primaria Superior (fundada con su empeño personal, junto a otros abnegados gibareños), profesor de la Secundaria Básica Atanagildo Cajigal y recibió la Orden Brigada Frank País de la CTC.

También fue profesor vanguardia del Instituto de Superación Educacional, director de Educación en el municipio Gibara, subdirector de Administración y Enseñanza Técnico Profesional de la otrora Región Holguín, y dirigente de la sección de Jubilados del MINED al final de sus días.

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Ramón Cruz Alonso en los días en que trabajaba en Boca de Samá, Banes, en la exportación de bananos. Extrema derecha, juntos a marinos mercantes. Es la época en que practicó con mayor intensidad la investigación arqueológica, finales de la década de los años 30 del siglo XX.

Igualmente  responsable del Archivo Histórico de Gibara  y mereció estímulo del entonces Departamento de Orientación Revolucionaria (DOR) del Comité Central del Partido, por su investigación Muralla de Miseria, en 1975.

Ejerció  además eventualmente el periodismo, dejó una huella fundacional en la espeleología gibareña, hoy nítida en el grupo de Investigaciones Científicas y sobre todo legó enseñanzas para sus descendientes.

El viejo, comentó cariñoso el hijo, era un hombre  singular para su tiempo, un hombre con una elevada cultura y amplia visión.

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Redazione
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