Il Papa del Sud e il risveglio di un continente

Il Papa del Sud e il risveglio di un continente
10 Ott 2015

di/por foto Gianni Minà www.rivistamissioniconsolata.it trad. Tio Gigi

 

Il Papa del Sud e il risveglio di un continente

El Papa del Sur y el despertar de un continente

Evo Morales, presidente della Bolivia e Papa Francesco

Uno degli eventi più importanti negli equilibri internazionali di questi ultimi anni è stato certamente il riavvicinamento fra gli Stati Uniti d’America e la Rivoluzione cubana.

Un atto di coraggio del presidente nordamericano Obama, possibile però solo ora che il primo presidente nero degli Stati Uniti è arrivato all’ultima parte del suo secondo mandato alla guida del paese più poderoso del mondo. Possibile soprattutto grazie alla mediazione di un papa speciale (in visita proprio a Cuba e Stati Uniti dal 19 al 28 settembre), che non ha avuto dubbi sull’esigenza di parlare seriamente di pace, e non rimanere prigioniero, anche lui, delle troppe belle parole che circolano in un mondo abituato ormai a non essere conseguentemente coerente.
(CONTINUA/SIGUE…)

Quello che tuttavia non hanno voluto considerare i media occidentali, specie quelli italiani, è che questo inatteso cambio nella politica degli Stati Uniti riguardo all’isola della Revolución è avvenuto perché tutta l’America Latina sta con Cuba, perfino le nazioni come Colombia e Messico dilaniate dalla violenza e da sempre molto vicine agli interessi del governo di Washington.

In America Latina, in questo momento, ci sono almeno dieci paesi che hanno governi di centrosinistra o addirittura di sinistra dichiarata, come la Bolivia indigena del presidente Evo Morales, quello che ha fatto dono a papa Francesco, nella sua visita di luglio a La Paz, di un crocefisso guarnito di falce e martello, o l’Ecuador del presidente Rafael Correa, laureato in economia e con un master e un dottorato negli Stati Uniti e un altro master conseguito all’Università cattolica di Lovanio in Belgio. Queste sono prove inconfutabili del riscatto di un continente che solo vent’anni fa aveva al potere feroci dittature militari e ora fa incetta di conquiste democratiche (per esempio, nel campo dei diritti nel lavoro e nella sanità) le quali, al contrario, incominciano a essere negate a molti proprio nei paesi dell’Occidente. Ancora un esempio: chi violenta la natura è punibile, nelle nuove Costituzioni di Bolivia ed Ecuador, con le stesse pene inflitte a chi offende un essere umano. Questa non è forse modernità? Non è forse etica?

Piaccia o non piaccia, tutto questo è stato ed è possibile anche per la resistenza, nel tempo, di un paese come Cuba, o grazie al coraggio di un leader d’avanguardia come Hugo Chávez, il defunto presidente del Venezuela che, proprio per la svolta impressa non solo nel suo paese ma anche in buona parte delle altre terre di Simón Bolívar (1783-1830), ha anticipato il cambio che ora si vive nel continente.

Al cospetto di questa trasformazione l’informazione occidentale fa a gara a chi, pateticamente, è più capace di irridere le speranze e i tentativi di liberazione dell’America Latina. Gli interessi degli ex padroni o di quelli che furono i conquistadores non si discutono.

Nel frattempo, il Brasile, che dalla presidenza di Lula Da Silva fino a Dilma Rousseff ha condiviso quella svolta politica, è diventato la settima potenza economica del mondo. Un fatto che, come hanno dimostrato le intercettazioni (ovviamente illegali) della Nsa statunitense (insieme alla Cia, i servizi segreti Usa, ndr) ai danni della Petrobras brasiliana, disturba le strategie commerciali del governo di Washington. Un paese, il Brasile, che un tempo era considerato solo «la terra del samba e del calcio», oggi, insieme a Sudafrica, Russia, India e Cina (in pratica, metà dell’umanità), è parte dei Brics, il gruppo principale tra i cosiddetti paesi emergenti.

Alla fine di settembre (dal 28 al 30) si sono riuniti a Quito, in Ecuador, alcuni fra gli intellettuali e i pensatori più prestigiosi del continente latinoamericano. Una specie di proseguimento di quello che nel 2001 fu il Forum di Porto Alegre e che, insieme all’insurrezione zapatista in Messico, venti anni fa (era il 1994), ha il merito, ormai riconosciuto, di aver fatto risvegliare la coscienza di un continente per tanto tempo schiacciato.

L’Encuentro latinoamericano progresista (Elap) è un appuntamento organizzato, per il secondo anno, dal Movimiento Alianza Pais (il partito che sostiene il governo ecuadoriano) e voluto con forza dal presidente Correa, che continua il discorso portato avanti per anni da Cuba e ribadito da Hugo Chávez.

Come si può capire, completamente assente era l’informazione italiana. Per questi media il mondo nasce e muore in Occidente, pur essendo ormai chiaro che quello di oggi e di domani è un mondo multipolare e che le istituzioni occidentali (come la Ue) politicamente ed eticamente spesso non rappresentano più nessuno.

Forse non è un caso che questo vuoto di attenzione e di conoscenza sia in questi ultimi anni coperto solo da papa Francesco che, quando lo scorso luglio andò in visita in Ecuador (oltre che in Bolivia e Paraguay), davanti a una folla di un milione di persone, affermò: «I poveri sono il debito più grande che ancora abbiamo con l’America Latina». Un credo, come l’avversione alle guerre, che, in questo momento, è ribadito con sincerità solo da una parte della Chiesa cattolica, quella più vicina al papa venuto dal Sud.

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Uno de los eventos más importantes de la balanza internacional de los últimos años, sin duda ha sido el acercamiento entre los Estados Unidos y la Revolución Cubana.

Un acto de valentía del presidente Obama, sin embargo, sólo ahora que el primer presidente negro de los Estados Unidos ha llegado a la última parte de su segundo mandato al frente del país más poderoso del mundo. Posible principalmente gracias a la mediación de un papa especial (en visita a Cuba y en los Estados Unidos de 19 hasta 28 de septiembre), que no ha tenido dudas sobre la necesidad de hablar en serio de paz, y no permanecer prisionero, él también, de las demasiados hermosas palabras que circulan en un mundo acostumbrado ya a no ser coherente.

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Gianni Miná, uno de los periodistas italianos más destacados en tema de América Latina

Sin embargo lo que no han querido considerar los medios de comunicación occidentales, especialmente los italianos, es que este cambio inesperado en la política de Estados Unidos sobre la isla de la Revolución pasó porque toda América Latina es con Cuba, incluso naciones como Colombia y México desgarradas por la violencia y siempre muy cercanas a los intereses del gobierno de Washington.

En América Latina, en este momento, hay por lo menos diez países con gobiernos de centro-izquierda, o incluso que quedan de izquierda declarada, como la Bolivia indígena del presidente Evo Morales, lo que hizo como regalo a Francisco, en su visita de julio a La Paz , un crucifijo adornado co la hoz y el martillo, o el Ecuador del presidente Rafael Correa, graduado en economía y con una maestría y un doctorado en los Estados Unidos y otra maestria lograda en la Universidad Católica de Lovanio, en Bélgica. Estas son pruebas irrefutables de la redención de un continente que hace sólo veinte años había al poder feroces dictaduras militares y ahora está ganando logros democráticos (por ejemplo, en el campo de los derechos en el trabajo y en la salud) que, por el contrario, comienzan a ser negadas a muchos en los países de Occidente. Otro ejemplo: los que violan la naturaleza son punibles, en las nuevas Constituciones de Bolivia y Ecuador, con las mismas penas impuestas a los que ofenden a un ser humano. Esta no es quizás la modernidad? ¿ No es quizás ética ?

Nos guste o no, este fue y es posible también por la resistencia, en el tiempo, de un país como Cuba, o gracias a la valentía de un líder de avanguardia como Hugo Chávez, el fallecido presidente de Venezuela que, debido a el avance logrado no sólo en su país sino también en la mayoría de las otras tierras de Simón Bolívar (1783-1830) anticipó el cambio que ahora pasa en el continente.

Ante esta transformación la información occidental está compitiendo para ver quién, patéticamente, es más capaz de burlarse de las esperanzas y de los esfuerzos de liberación latinoamericana. Los intereses de los antiguos propietarios o de aquellos que fueron los conquistadores no se discuten.

Mientras tanto, el Brasil, que de presidencia de Lula Da Silva hasta Dilma Rousseff, ha compartido el cambio político, se ha convertido en la séptima economía más grande del mundo. Un hecho que, como se demuestra por las interceptaciones ( ilegales obviamente) de la Nsa -Agencia de Seguridad Nacional – de Estados Unidos (junto con la CIA, el Servicio Secreto de Estados Unidos ) a los daños de la Petrobras brasileña , perturba las estrategias comerciales del gobierno de Washington. Un país, el Brasil, que una vez era considerado solamente “la tierra de la samba y el fútbol “, hoy , junto con Sudáfrica, Rusia, India y China (en la práctica, la mitad de la humanidad), es parte de BRICS, el grupo principal de los llamados países emergentes.

A finales de septiembre (de 28 hasta el 30) se reunieron a Quito, en Ecuador, algunos de los intelectuales y pensadores más prestigiosos del continente latinoamericano. Una especie de continuación de lo que en 2001 fue el Foro de Porto Alegre y que, junto a el levantamiento zapatista en México, hace veinte años (era el 1994), tiene el mérito, ahora reconocido, de haber despertado a la conciencia de un continente para tanto tiempo aplastado . El Encuentro Latinoamericano Progresista (ELAP) es un evento organizado por segundo año, por el Movimiento Alianza País (el partido que apoya al gobierno de Ecuador) y fuertemente querido por el presidente Correa, que continúa la discusión llevada a cabo durante años por Cuba y reiterada por Hugo Chávez.

Como usted puede comprender, los medios de comunicación italianos fueron completamente ausentes . Por estos medios el mundo nace y muere en Occidente, a pesar de que ahora está claro que el de hoy y de mañana es un mundo multipolar y que las instituciones occidentales (como la UE) políticamente y éticamente a menudo no representan a nadie.

Tal vez no es casualidad que este vacío de atención y conocimiento sea sólo en los últimos años cubierto por papa Francisco que, en julio pasado, cuando visitó en Ecuador ( Bolivia y Paraguay), ante una multitud de un millón de la gente, dijo: ” Los pobres son la más grande deuda que todavía tenemos con América Latina ” . Un credo, como la aversión a las guerras, que, en este momento, se repite con sinceridad sólo por una parte de la Iglesia Católica, la más cercana al Papa que vino del Sur.

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Redazione
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