La mia prima volta a La Habana by Galiano


23 Mag 2016

La mia prima volta a La Habana by Galiano

 

1° PARTE

Settembre 2006, la mia prima volta a La Habana dovevo andare a Salvador de Bahia.
Proprio così.
Biglietti aerei già comprati, ma a soli tre giorni dalla partenza, ci fu un clamoroso cambio di programma.
Dovevamo partire in tre amici, partimmo solo in due, ma la destinazione cambiava.
E senza poterlo immaginare, anche la mia vita cambiava, grazie a quel folle e improvviso stravolgimento di programma.

Tutto inizia una sera del Febbraio 2006.
Mi chiama il mio amico C.:”Come va? Pensi ancora a lei?”
E io:”Purtroppo si.”
“Allora te la faccio dimenticare io, ho la cura giusta. Si chiama BRASILE! Prenotiamo, c’è un’offerta straordinaria su un sito che mi hanno consigliato quei miei amici con cui ho fatto quel fantastico viaggio a Cuba. Loro vanno a Bahia a Luglio, uniamoci a loro!”
C. a proposito di Cuba aveva raccontato di un posto unico sulla faccia della terra, un posto dove ogni giorno puoi scegliere quella che ti piace di più tra tante top model che ti vengono dietro.
Io non ero mai stato dall’altra parte dell’Atlantico, quindi per me Cuba, Brasile o Messico, era indifferente.
E quindi gli dissi:”Dai prenotiamo oggi stesso per il Brasile, diciamolo anche a F.”

F. però era malato di cubanite, era stato a La Habana una sola volta nel 2004, soggiornava al Tropicoco. Aveva raccontato di essere stato per una settimana il novio della pallavolista della nazionale cubana Daimi Ramirez e che poi l’aveva scaricata una notte alla Casa della musica perché aveva conosciuto una splendida niña negrita di Cojimar, che chiameremo M. Praticamente quella notte era con la Ramirez ed è letteralmente fuggito con la negrita, con la pallavolista dietro che lo inseguiva infuriata.
F. voleva assolutamente tornarci a La Habana, ma ora la proposta era Brasile, prendere o lasciare.
A malincuore accettò e prenotammo un volo per tre, Milano-Salvador de Bahia A/R per Settembre, visto che per Luglio non c’era più posto.

Il viaggio di Luglio degli amici di C. (quelli con cui era stato a Cuba) sarebbe quindi servito come utilissimo report poco prima di atterrare anche noi in terra carioca e farci rapire dal Paese della samba, del Carnevale e del mio sogno erotico del momento: Juliana Moreira, la bellissima e simpatica valletta di Mammuccari nella trasmissione TV “Cultura moderna”.

Passarono quei mesi che ci separavano dal viaggio in Brasile senza pensarci troppo a quel viaggio e arrivò Settembre senza neanche rendercene conto.
Eravamo così tranquilli da esserci perfino dimenticati di chiedere agli amici di C. come fosse andato il viaggio per loro. Avevamo dimenticato di chiedere il famoso report!
Forse perché eravamo convinti che ogni vacanza si vive a modo proprio e che le esperienze degli altri lasciano il tempo che trovano. Quindi per puro scrupolo, chiesi a C. di chiamarli e farsi raccontare qualcosa, soprattuto per avere delle dritte su come muoverci, dove andare, sulle ragazze e tutto.
C. come al suo solito si ridusse a chiamare 4 giorni prima della partenza, F. stava già scalpitando e aveva raggiunto picchi polemici assurdi fino a tirare di nuovo fuori l’ipotesi Cuba, con la sua movida habanera, le chicas e tutta quella magia che gli sembrava assurdo non poter rivivere ora che un aereo lo riportava al di là dell’oceano.
E’ lì che cominciai a capire che F., con l’avvicinarsi della partenza si era pentito ed il suo cuore, la sua mente urlavano “Cuba”, “La Habana”, ma nessuno poteva sentirli.

Ancora oggi C. mi confessa di aver attaccato il telefono con i suoi amici dopo quel report sul loro viaggio in Brasile ed essersi seduto a pensare per 10 minuti se essere onesto con noi, riportando fedelmente il report, oppure mentire senza rischiare ciò che infatti si sarebbe verificato.

Vabbè ma rischiare cosa poi, con i biglietti già pagati e le due settimane di ferie già prese?
Evidentemente C., ma forse nessuno di noi tre, era ancora perfettamente consapevole di quanta follia può esserci alla base di una scelta che ti cambia per sempre la vita.
Come se il destino di un uomo contenesse il germe della follia, che lo sorprende nei momenti più inaspettati e lo guida inesorabile.

C. decise di essere onesto.
Quel report sul Brasile poteva essere sintetizzato in questo modo: pericolo per la forte microcriminalità, Bahia niente di ché, ma soprattutto, e qui veniamo al punto principale, le ragazze erano tutte a pagamento, tutte!

Seguirono ore di panico, di smarrimento..mancavano solo tre giorni alla partenza.
Calò tra noi un silenzio di qualche ora, i cellulari erano muti, i colleghi al lavoro cominciavano a farmi battute sulla mia imminente partenza per il Brasile, mi invidiavano molto e già cominciavano a farmi la lista di ciò che avrei dovuto portare loro in regalini.

F. ruppe il silenzio e mandò un sms agghiacciante:”Io non vengo, se devo andare a pagare me ne vado a puttane qui in Italia. Fate come cazzo vi pare, ma io torno a La Habana anche da solo.”

La mente umana nasconde dei rivoli inesplorati, dove solo qualcosa che si può chiamare inconscio riesce ad albergare. A volte è come se qualcuno accendesse una luce in una nascosta anticamera sotterranea di un edificio davanti al quale passano tutti mille volte senza voltarsi, ma quando poi quella luce è accesa, è come se quella stanza fosse l’unica stanza dove tutto il mondo fuori è in grado di trovare le risposte che cerca.

Non ho mai saputo cosa mi guidasse in quel momento ma mi ritrovai davanti al sito di un’agenzia last minute.
Provai ad impostare Milano – La Habana per lo stesso periodo e mi venne fuori un’offerta che solo a tre giorni dalla partenza poteva essere proposta: 500 euro andata e ritorno!
Oggi posso dire che per me, per la mia vita, si trattava in realtà di un Andata senza Ritorno.

C. non ne volle sapere di cambiare, perse anche lui, come noi, i soldi del biglietto ma dovette annullare le sue ferie rimanendo a casa.
Quello che facemmo io e F. in quell’occasione si può semplicemente definire una grande bastardata nei confronti di C. Era una cosa totalmente al di fuori del mio normale agire e si trattò forse del peggiore atto che io abbia mai commesso nei confronti di un amico.
Dissi a C.:”Voglio andare a La Habana, ma se mi dici che quando tornerò la nostra amicizia non sarà la stessa, allora vengo in Brasile con te.”
Lui mi rispose:”Sono deluso, ma ti prometto che per me questa cosa non cambierà assolutamente niente tra noi. Parti tranquillo.”
Fu un lezione di maturità e di amicizia quella di C., ancora oggi lo ringrazio per aver capito.
C. rimase a casa e perdonò entrambi, senza mai portare rancore o rinfacciare a nessuno dei due quel gesto folle.

La sera del 23 Settembre del 2006 F. arrivò da Roma per dormire a casa mia e prendere insieme il volo da Malpensa il giorno dopo.
Non avevamo nessuna prenotazione per la prima notte a La Habana e il nostro aereo sarebbe atterrato alle 8 di sera.
Mi disse che dall’ultimo viaggio a La Habana aveva conservato qualche biglietto da visita di case particular dove era stato con quella sua novia di Cojimar.
Tra quei bigliettini ne scelsi uno a caso e alzai il telefono per prenotare.
0053(7)..due deboli e lontani squilli..in quel momento non potevo sapere che dall’altra parte mi rispose l’uomo che sarebbe poi diventato il mio testimone di nozze insieme a sua moglie.

Continua…

2° PARTE

Volammo con Air Europe e arrivammo in orario al Josè Martì de La Habana.
Nel mio portafogli c’erano il bancomat, la carta Diners Club e 200 euro in contanti. Avendo deciso il cambio destinazione 3 giorni prima non mi ero minimamente preoccupato di eventuali problemi con i prelievi in un Paese sotto embargo USA. Né F. mi aveva detto niente dato che c’era già stato, ma solo in seguito mi disse che avendo sempre avuto una VISA e prelevando tranquillamente non si era neanche accorto delle differenze tra carta e carta. E quindi, dopo il primo cambio, del tutto inconsapevole di aver già finito i soldi appena arrivato, uscimmo dall’aeroporto in cerca di un taxi.

L’odore di gasolina mi riempiva i polmoni e credetti di non poter resistere 15 giorni con quella puzza sotto il naso.Dal taxi in corsa verso Centro Habana il paesaggio notturno di Boyeros era a dir poco sconsolante, ma quando entrammo in città ebbi la prova di vivere da protagonista il film “Ritorno al futuro”. Mi avevano preparato al primo impatto con la vista di quelle strade, di quegli edifici, ma in realtà nessuno mai ti può realmente “preparare” a La Habana perché La Habana non è una città.
La Habana è il palco di uno studio cinematografico a cielo aperto, allestito per raffigurare un presepe vivente, dove giorno e notte milioni di persone recitano per te, e solo per te, la parte a loro assegnata.

Il taxi si fermò in San Josè, proprio dietro il Capitolio. Era tutto buio, ad esclusione di un bar che faceva angolo. Nonostante la stanchezza non volevamo perderci la prima noche habanera e dopo la doccia ci incamminammo a piedi verso il Capitolio. Chiedemmo un informazione ad un ragazzo che camminava nella nostra stessa direzione, in quel buio ci accorgemmo di lui per la sua pelle bianca.
Ci diede l’informazione e ci chiese se volevamo fumare. F. allungò il passo, il ragazzo ci invitò a bere ma avvisandoci di poter pagare solo per sé non avendo la possibilità di offrire. Parlava un po’ di italiano e ci mostrò il carnet di studente di italiano presso l’Istituto “Dante Alighieri”. Fu così che conobbi l’esistenza di quella scuola di italiano per stranieri a La Habana. F. aveva un approccio molto intollerante con il jineteo ed in quel caso pensai che stesse esagerando quando liquidò il ragazzo inventando un appuntamento con indefinite “chicas”.
Di vero c’era che nelle nostre ambizioni per la serata le chicas habanere c’erano eccome, e per questo chiedemmo ad un tassista di portarci ad una disco che F. esaltava sempre nei racconti del suo primo viaggio nel 2004, una disco con piscina all’aperto, dove “ci sono le jinetere ma puoi anche incontrare ragazze normali”.
Ed io, molto speranzoso sulla seconda possibilità, quella di conoscere una ragazza normale, lo seguii al Chevere.
Eravamo d’accordo nel voler rifiutare qualsiasi richiesta di denaro.

Appena entrati abbiamo fatto un giro ma la qualità delle chicas non era poi un granché.
Sia F. che C. mi avevano detto che a Cuba quando entri in una disco sono le ragazze che vengono da te. E così fu.
Le chicas si guardavano e si accordavano tra loro prima di venire a sedersi al nostro tavolo, qualche domanda e poi “Quieres pasar la noche conmigo?” e noi “Si pero non me gusta pagar”. E loro si alzavano e se ne andavano. Una mi disse anche:”El turista tiene que pagar” agitando la mano più volte dall’alto in basso nell’inequivocabile gesto di chi porge denaro a qualcuno.

Cominciava a vacillare lo schema di una vacanza alla Brad Pitt, con ressa di strafighe che sgomitavano per avermi, eppure chi c’era stato me l’aveva descritta proprio così Cuba!
E fu lì che cominciai a maturare tre convinzioni che ancora oggi mi porto dietro: (1) quando uno racconta una personale esperienza di viaggio tende a montarla sempre un po’, perché nell’animo umano alberga spesso una tentazione che si chiama “vanità”, (2) ogni angolo della terra devi vederlo con i tuoi occhi e viverlo sulla tua pelle per provare a capirlo, (3) Cuba è un angolo della terra che nessuno finora è mai riuscito a capire veramente, neanche gli stessi cubani.

Continua…

3° PARTE

Lasciammo il Chevere. Io cominciavo a sentire la stanchezza del viaggio e del fuso, ma ci facemmo portare al Delirio Habanero.
L’anziana signora nera seduta su una seggiola era minuscola all’angolo di quell’ascensore illuminato a neon. Era addetta alla pressione del bottone che portava i clienti su e giù dal locale. Poteva avere l’età di mia madre e mi mise un pò di tristezza, provai un senso di pudore in quella situazione, cercando di immaginare cosa poteva pensare quella nonna alle 3 del mattino nell’ascensore di una discoteca e mi resi conto che i suoi pensieri provenivano da luoghi troppo lontani da me e troppo incomprensibili per la mia ancora acerba capacità di “provare” a capire Cuba.

Appena usciti dall’ascensore incrociammo due jinetere che scendevano le scale, una delle due richiamò l’attenzione dell’altra su di noi e si capì che ci avevano già visto al Chevere. La più svelta, una mulatica, si buttò letteralmente in braccio a me e io dondolandola la sbaciucchiavo un po’. Mi disse che voleva 40 cuc ma che quella sera non poteva e mi lasciò il suo numero.
Entrati al Delirio Habanero vedemmo delle fighe allucinanti, ma evidentemente non avevamo ancora capito come funzionava. Ci aggiravamo per il locale e notavamo che nessuno ballava e tutti erano seduti ai tavolini a bere e conversare con queste ragazze. Nessuna che si catapultasse ai nostri piedi, niente che facesse pensare di essere in una disco cubana per come me l’avevano descritta gli amici che c’erano già stati!
Provai a fermare una bellissima mulatta che si scansò e tornò a sedersi al tavolo del suo cliente. Qualcuno doveva avermi visto in quell’impacciato approccio e sentii un negro che mi chiamava dalla semioscurità alle mie spalle. Mi fece segno di andare da lui, ma io decisi di risparmiarmi per quella sera di fare la diretta conoscenza con un pappone cubano (solo in seguito avrei scoperto la corretta definizione nella lingua locale: “chulo”).
Io e F. bevemmo qualcosa ed assistemmo ad un bel concerto di bolero dal vivo prima di tornare a casa a mani vuote, ma solo dopo aver subito una perquisizione dalla polizia che fermò il taxi particular nel quale viaggiavamo.

F. era fidanzato quando è venuto a Cuba con me, ma da tempo non era più innamorato di quella ragazza, le aveva detto che partiva con il padre per un viaggio-premio in Brasile.
Quella notte F. andò in crisi e non mi fece chiudere occhio. Le mancava lei, si era pentito, aveva paura di perderla e nel momento più delirante della conversazione notturna mi disse:”Perdonami ma io domani riparto col primo volo disponibile, non ce la faccio a restare”.
Io pensai che quella doveva essere la giusta punizione che meritavo dopo aver riservato a C. lo stesso identico trattamento.
Mi addormentai all’alba, rassegnato a continuare la vacanza da solo, in quel posto che non mi piaceva per niente e che mi faceva prepotentemente rimpiangere la scelta del Brasile.

Continua..

4° e ultima PARTE

Al nostro primo risveglio a La Habana tutto quello che ci eravamo detti la notte precedente era già magicamente lettera morta. Non si parlò più di voli, di fidanzate attuali o ex, ma uno strano silenzio “operativo” lasciava intendere che eravamo pronti ad affrontare la calle lì fuori.

Forse quella ricca colazione che ci aveva portato la dueña della casa aveva avuto il merito di riconciliarci con tutta Cuba e la sua gente. Quello strano succo rosa lo mandai giù come se ne fossi stato allattato fin da piccolo: si chiamava GUAYABA, ed è stata una delle scoperte più importanti della mia vita dopo il clitoride e lo strüdel di mele dell’Alto Adige.

Dopo qualche ora in una semi-deserta Playa del Este, eravamo decisi ad accettare la sfida della calle.
Comprendevamo che anche a Cuba bisognava impegnarsi un minimo e che nessuno ti regalava niente.
Dopo pranzo uscimmo sotto un sole improponibile e ci incamminammo verso La Habana Vieja. Provai a prelevare con le carte che avevo ma niente. Cominciavo a preoccuparmi, per fortuna F. aveva una VISA e poteva anticiparmi CUC ma in quel momento ancora non avevamo capito la drammaticità della mia situazione finanziaria.
Girando girando ci ritrovammo a tornare sul Boulevard, una tipica via di “abbocco” per yuma. Vidi una rubia molto carina che passeggiava in compagnia di una mulata più grande di lei, che aveva in braccio un bambino.
Non ricordo cosa le dissi per farla sedere ad un bar ed offrirle un refresco. Tra me e il mio amico F. c’è sempre stata una guerra senza esclusione di colpi nelle fasi di caccia e a Cuba venniva confermata questa antica rivalità ai limiti della correttezza. F. cominciò a parlare alla rubia e io dovetti ammonirlo ricordandogli che l’avevo approcciata prima io. Lui si ritirò lealmente e ci sedemmo tutti, compresa la mulata con niño al tavolo di un bar. Primo giro di mojito, secondo giro di mojito..ad un certo punto arrivavano a tavola bicchieri che nessuno aveva ordinato, avevo un cubano che mi ronzava intorno come una mosca e mi distraeva sulla sinistra mentre cercavo di parlare con la rubia che avevo di fronte ma non ci riuscivo, c’era un andirivieni di gente intorno al nostro tavolo, tra proprietario, camerieri, amici e amici degli amici. Tra tutto quel vociare frenetico e quella musica così alta da rompere i timpani, arrivò il conto: 50 CUC.
F. si alzò di scatto e cominciò ad urlare in romanesco che lui non si faceva fregare e che i 50 CUC non glieli dava.
Mi guardai intorno e ritenendo opportuno evitare una rissa, tirai fuori gli ultimi 50 CUC che avevo e pagai, trascinando fuori F. e congedando la rubia.

La Habana continuava a metterci a dura prova, ma ormai avevamo accettato la sfida e non potevamo ritirarci.

Dopo poco F. vide una bellissima mulata che parlava ad un telefono pubblico nei pressi del Capitolio. Era molto bella e quando ci fermammo a guardarla lei ci rivolse un bellissimo sorriso compiaciuto. F. mi disse:”Questa è mia, stavolta tocca a me”.
E fu davvero sua.

Era un aspirante Avvocato di 28 anni, ricercatrice universitaria in Legge, una apparentemente brava e tranquilla ragazza di Boyeros. Mi confortava aver avuto la prova che con un minimo di impegno e buona volontà si poteva conoscere una ragazza normale a Cuba.
Mi piaceva molto l’”Avvocatessa” – è così che la chiamavamo io e F. – mi interessava anche come persona ed in più di un’occasione pensai di esser stato sfortunato nell’aver girato la ruota al giro sbagliato, quello della rubia, lasciando a lui il giro successivo, quello fortunato.

F. diede appuntamento all’Avvocatessa per la sera, lei avrebbe portato la sua migliore amica per uscire in quattro.
La sua amica era una profesora di inglese di 24 anni, anche lei di Boyeros, bianca, fisicamente troppo magrolina per i miei gusti, ma era proprio un peperino e quel caratterino fece presa su di me.
Andammo a cena e scattò subito il primo bacio, poi a ballare al Turquino sull’Habana Libre, vista fantastica sulla città illuminata e tetto aperto sotto le stelle. In taxi eravamo seduti dietro e la toccai dappertutto. Passammo la notte insieme ma andò via all’alba per andare a scuola ad insegnare.

Quella era l’alba del 26 Settembre 2006 e io entrando in doccia non avrei mai potuto immaginare che di lì a poche ore avrei conosciuto l’amore della mia vita.

Tornai in banca e riprovai a prelevare, ma niente. La cosa si faceva seria e la VISA di F. aveva un limite di spesa che non permetteva di vivere 15 giorni a Cuba in due. Oltretutto avevamo in programma di girare anche un pò l’isola.
Qualcuno ci spiegò che le mie carte in tutta Cuba valevano in pratica come la carta Fidaty dell’Esselunga alla cassa della Coop.
E così, continuando a trascurare le più normali visite turistiche in una città ancora tutta da scoprire, ci facemmo portare da un panataxi all’Ambasciata Italiana.

Un carabiniere mi rispose al citofono dicendomi:”In pratica hai finito i soldi?” e mentre io cercavo di spiegare, lui venne fuori con in mano un foglio in cui era descritta la procedura per farsi mandare soldi dall’Italia. Me lo passò attraverso l’inferriata.
Grazie a quella procedura mio padre riuscì a mandarmi 2.000 euro ma l’agenzia di pratiche per turisti che ricevette il bonifico trattenne per sé il 10% dell’ammontare.
Dopo aver mandato quel fax a mio padre dove c’era scritta la procedura da seguire, uscimmo dall’agenzia esausti.

Vagavamo senza meta in Centro Habana, nei pressi della casa particular dove alloggiavamo. F. mi processò in direttissima per la storia assurda delle carte e dovetti camminare per circa un’ora con il ronzio delle sue critiche nell’orecchio. La Habana mi era di nuovo ostile e incomprensibile e avrei volentieri mollato tutto.
F. mi disse che per lui quella città era come fare il militare: un’esperienza che ti metteva a dura prova.
Ma c’era qualcosa che mi diceva che non potevo abbandonare, che se avessi lasciato quella città da perfetto sconfitto non avrei mai più potuto metterci piede.
La Habana stava vincendo ed io stavo perdendo.
Se davvero ”La Habana non è per tutti” io lo stavo confermando a pieno con il bilancio dei primi due giorni di vacanza. Sarei passato per quella città come uno dei tanti che passano, senza lasciare il segno e senza motivazione alcuna per tornare. In quel momento pensavo che avremmo finito per trascorrere qualche altro giorno in compagnia di quelle ragazze, visitando finalmente anche le bellezze artistiche e culturali di quella città, ma percepivo in me una forte sensazione di incompiuto e questo mi trasmetteva ansia. Quest’ansia cresceva in me lungo il cammino, ogni volta che ci sentivamo chiamare “Italiani!!” da qualche cubano che si affrettava nel raggiungerci, riservandoci caldi sorrisi e strette di mano.

Da San Josè svoltammo a sinistra in Galiano, potevano essere le 11 del mattino. Sotto i portici sul lato destro della strada, un fiume di gente camminava nei due sensi di marcia, si sentivano odori forti, grida e musica, si respirava polvere e confusione.

Lei spuntò tra la folla e me la ritrovai di fronte, meravigliosa.
In quel momento La Habana mi stava presentando mia moglie e mi stava chiedendo di restare per sempre.

Spesso ricorreva una canzone in quei giorni che io e la Cubaniña passammo insieme fino alla mia partenza, il titolo era “Remember” e le parole facevano così:

Quiero ver
un poco de tu boca
quiero estar en tu piel
con tu perfume de miel

E na na na na na na na ni yeah
Na na na na na now

Quiero ver
el brillo de tus ojos
quiero estar el día en la luz
con la que me diràs tú

E na na na na na na na ni yeah
Na na na na na now

Ricordo sempre quel giorno che passeggiavamo insieme in giro per La Habana Vieja, i suoi infradito si ruppero e lei scoppiò a ridere un pò imbarazzata, li gettò in un cestino e proseguì scalza in tutta naturalezza. Mancava abbastanza fino al negozio di scarpe più vicino, così io le diedi i miei infradito e mi ritrovai a camminare anch’io per un pò scalzo sull’asfalto bollente. Ridevamo e mi sentivo così felice!

Chi si sente felice anche solo per un attimo in un certo luogo, in qualche modo vi appartiene.
Io sento ormai di appartenere a La Habana, come a pochi altri luoghi vissuti.

By Galiano

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