L’Avana è fatta di spuma

L’Avana è fatta di spuma
01 Giu 2017

Cuba, un viaggio nel tempo. Nel Novecento, nell’ideologia, nell’approssimazione. Il reportage di Beppe Severgnini

Viaggio a Cuba – di Beppe Severgnini

NON AVEVO VOGLIA di andare a Cuba. Proprio nessuna. Temevo di trovarci canadesi in ciabatte, tedeschi in esplorazione e italiani in caccia di ragazze giovani e/o sogni rivoluzionari di gioventù: gente da evitare, per motivi diversi, almeno in vacanza. Ci sono andato con mia moglie Ortensia e tre coppie di amici, in febbraio. Nessuno di noi era mai stato a Cuba. Ma almeno gli altri sette erano di buon umore. Io no. La mattina della partenza avevo la sensazione che anche le modelle sui cartelloni pubblicitari, a Malpensa, evitassero il mio sguardo; e le capivo. Dopo otto ore di volo spartano, siamo arrivati all’Avana. La casa particular, nel quartiere Vedado, era effettivamente particolare: una fantasia architettonica anni Quaranta, piena di specchi, con vista sulle tubazioni delle abitazioni vicine; ma i gestori erano premurosi e ci hanno subito piazzato in mano un Cuba libre; a me due, vista la faccia. Poi siamo usciti sul lungomare del Malecón e c’era brutto tempo e faceva freddo e le onde sbattevano sulle vecchie auto americane e la luce era quella di queste fotografie. Allora ho capito che, forse, Cuba non mi dispiaceva. E avevo fatto bene a venire. L’ho scritto, al ritorno, sul Corriere. L’Avana è uno specchio magico, ognuno ci vede dentro quello che vuole. 170 km a nord c’è Key West, Florida, ma la distanza è molto superiore. La distanza è atlantica, la memoria più vicina e nessuna fotografia ci basterà (citazione, grazie Ivano). Nel mare davanti al Malecón corre, misterioso, il confine tra Stati Uniti d’America e America Latina. E la prima sta risalendo. Vedrete, datele tempo. Mi è sembrato, volando all’Avana, di accettare un passaggio e rientrare nel Novecento. È novecentesca l’evidenza del passato prossimo. Quasi dovunque, in Europa e negli Usa, è un passato sbiadito, complice la rivoluzione digitale. Ma Cuba è una nazione analogica. Non soltanto perché internet viene centellinato, tramite costose carte prepagate. È analogica perché ama cose sensuali: musica dal vivo, sole, alcol, cibo approssimativo, nudità entusiastiche. È novecentesca perché, come in tutte le società isolate, il tempo è trascorso lentamente. Entrare all’Hotel Nacional è come passeggiare in un film in bianco e nero, tra i fantasmi di Frank Sinatra e Lucky Luciano. Cercare una connessione wi-fi all’Hotel Capri vuol dire tornare indietro degli anni. Costruito nel 1957 con i soldi della mafia americana, apparso nel film Il nostro agente a L’Avana, fu di proprietà del gangster Santo Trafficante – Santo Trafficante! ogni malavitoso dopo di lui ha dovuto accontentarsi di nomi di ripiego – che usava l’attore americano George Raft come copertura.

L’AVANA È NOVECENTESCA anche per la passione incrollabile con cui, almeno ufficialmente, ricorda i suoi miti. Nel Museo della Rivoluzione è in mostra Granma, il piccolo yacht da diporto con cui Fidel Castro, Ernesto “Che” Guevara e ottanta compagni partirono dal Messico il 25 novembre 1956. Leggo sulla guida Lonely Planet – il distintivo del turista a Cuba, com’era la guida verde del TCI nell’Italia

anni 80 – che i rivoluzionari vomitarono l’anima, durante sette giorni di mare mosso (credevano fossero tre, non avevano calcolato bene le distanze). E lo sbarco a Playa Las Coloradas, nell’oriente cubano, il 2 dicembre, fu disastroso. «Non fu uno sbarco: fu un naufragio», commenterà Che Guevara. Ritrovo i due – Fidel il cubano e Che l’argentino, con le loro barbe d’ordinanza – dentro un tiro a segno improvvisato in un cortile, dentro un palazzo a Habana Vieja, uno di quelli non ancora ristrutturati o ridipinti. Per due monete, invitano a colpire i “simboli dell’imperialismo americano”: lattine di Coca-Cola e Sprite, sostanzialmente. Prendo il fucile e scopro di non sbagliare un colpo. I miei amici italiani sospettano qualche trucco, i ragazzini cubani mi festeggiano e io penso che tutto è lievemente assurdo, e ho fatto bene a venire a L’Avana.

I PAESI COMUNISTI IN LIQUIDAZIONE li ho conosciuti quasi tutti: Cuba è tra gli ultimi della lista, e va visto, prima che diventi il parco-divertimenti degli Usa. Questa, bisogna dire, è una liquidazione lenta e colorata, un ballo intorno alla storia e sotto il naso di Donald Trump. Cuba è l’isola della disorganizzione sorridente, dove l’orario d’arrivo di un volo interno – aerei Antonov, detti “le bari volanti” – è un’opinione. Se l’Italia è la scuola dell’arte d’arrangiarsi, Cuba è il corso di dottorato: un dipendente statale guadagna l’equivalente di 40 euro al mese, tutti integrano in qualche modo, trafficando con il peso convertible. Gli italiani residenti sono allegri fuggiaschi. Guidano vecchie automobili, aprono ristoranti con un prestanome locale, stanno con la figlia e sposano la suocera. Uno di loro mi riconosce davanti all’Hotel Inglaterra, l’albergo preferito di José Martí, grida il mio nome e offre un giro sulla sua Cadillac gialla del 1957. È simpatico. Porta un cappello da gringo, un’abbronzatura di caucciù e due orecchini. Dice d’essere stato un pilota dell’Alitalia. Visto come sta andando l’Alitalia, gli credo. L’Avana è un incrocio fra Chicago anni 40, Cracovia anni 80 e Castelvolturno com’è. Se avessero cercato di edificare il comunismo sul litorale domiziano, sarebbe uscito così. Le case sono un mix di vecchio cadente e nuovo irridente. Le strade offrono segnaletica approssimativa e voragini fantasiose. Uno arriva e si chiede: quando durerà tutto questo? Non molto, presumibilmente. Un motivo in più per venire e guardare: la spuma che sale dal mare, l’intonaco che cade dai palazzi, il tempo che scende su tutti noi.

corriere.it

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