Lo specchio magico dell’isola di Cuba

Lo specchio magico  dell’isola di Cuba
09 Feb 2017

Se l’Italia è la scuola dell’arte d’arrangiarsi, Cuba è il corso di dottorato: un dipendente statale guadagna l’equivalente di 40 euro al mese, tutti integrano in qualche modo, trafficando con la doppia valuta

 di Beppe Severgnini per Corriere.it

Cuba è uno specchio magico, ognuno ci vede dentro quello che vuole. A me è sembrato di rientrare nel Novecento. I Paesi comunisti in liquidazione li ho conosciuti praticamente tutti: Cuba è l’ultimo della lista, e va visto, prima che diventi il parco-divertimenti Usa.

   Questa, bisogna dire, è una liquidazione colorata, un ballo intorno alla storia e sotto il naso dell’America. Cuba è l’isola della disorganizzazione sorridente, dove l’orario d’arrivo di un volo interno è un’opinione. Se l’Italia è la scuola dell’arte d’arrangiarsi, Cuba è il corso di dottorato: un dipendente statale guadagna l’equivalente di 40 euro al mese, tutti integrano in qualche modo, trafficando con la doppia valuta. Gli italiani residenti sono allegri fuggiaschi. Guidano Cadillac del 1957 sul lungomare del Malecón, svernano a Cienfuegos in pantaloncini e infradito, aprono ristoranti con un prestanome, stanno con la figlia e sposano la suocera.

    Havana è un incrocio fra Chicago anni ’40, Cracovia anni ’80 e Castel Volturno com’è. Le strade offrono segnaletica approssimativa e voragini fantasiose: Virginia Raggi dovrebbe venire qui, per capire che si può far peggio. A Santiago bambini col fazzoletto rosso studiano «il glorioso attacco alla caserma della Moncada» (26 luglio 1953), che in realtà fu un fiasco spettacolare (gli autisti delle poche truppe di Fidel Castro non conoscevano la città e si persero fra le strade strette). Il trasferimento verso Holguin, nella terra cantata da Compay Segundo («De Alto Cedro voy para Marcané / Llego a Cueto, voy para Mayarí», Chan Chan ) è una marcia nel tempo. Buoi, aratri, massime di José Martí e ritratti di Che Guevara, eternamente giovane.

   Uno viene, vede e si chiede: quanto può durare tutto questo? Impossibile rispondere (dipenderà da internet, che oggi viene accuratamente centellinato). È possibile, invece, capire come il regime cubano abbia potuto resistere finora, ignorando ogni richiesta di democrazia e libertà di espressione. Fidel Castro aveva tre armi: un carisma da esibire, una storia da raccontare, un nemico da evocare. Trump, Putin, May e Le Pen sono, in misura diversa, suoi allievi.

Ve l’avevo detto, no? Cuba è uno specchio magico: ognuno ci vede dentro quello che vuole.

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