Teofilo Stevenson contro Muhammad Ali, il combattimento mancato


12 Giu 2016

Di/Por Marco Vinicio Dávila –  Trad. Stefano Guastella

icona_Italia – Ho conosciuto la boxe come sport a fianco di mia madre, quando ero ancora molto piccolo, lei stirava la roba di mio padre il sabato notte, mentre alla televisione trasmettevano gli incontri di boxe, in bianco e nero vedevamo i vari atleti scambiarsi i colpi; a lei piaceva vedere i messicani contro gli stranieri, non le piaceva vedere due messicani che combattevano. 

La boxe mi è piaciuta fin da quando ero molto piccolo, però alla tv; l’unica volta che mio padre mi ha portato a un incontro di pugilato, dal vivo, gli chiesi di andare via, dato che mi pareva uno spettacolo molto crudo. Quando ormai ero un adolescente, mio zio Güicho insistette molto perché mi allenassi per diventare un pugile, che mi avrebbe dato tutto il suo appoggio, ma io non accettai. E’ così che sono diventato un appassionato di boxe ed così che ho visto passare José Angel Napolés, detto “Mantequilla” (che fuggì da Cuba dopo la vittoria della Rivoluzione perché era proibito il pugilato professionistico, sperando di diventare ricco, triste paradosso di chi oggi invece vive nella più assoluta povertà e senza essere nessuno a Ciudad Juárez), “Puas” Olivares, Lupe Pintor, Salvador Sánchez e “Pipino” Cuevas, oltre a tanti altri che non hanno avuto molto successo e che adesso mi sfuggono dalla mia memoria.

Qualche giorno fa è scomparsa una delle figure mondiali del pugilato, Muhammad Alì, uno sportivo esemplare, nonostante il suo linguaggio scorretto che rivolgeva all’avversario di turno prima dei suoi incontri professionistici, cosa che faceva parte dello spettacolo; è stato un grande tra i grandi in questo sport, la sua vita come sportivo amatore raggiunse il culmine con la vittoria dell’oro olimpico alle Olimpiadi di Roma nel 1960, però la sua vita quotidiana nel “paese delle libertà” (per i bianchi, anglosassoni e protestanti) fu molto difficile, perché affrontò e mise a nudo il carattere imperialista del governo nordamericano e divenne amico di paesi, governi e leader che difendevano il loro diritto all’autodeterminazione e che affrontavano l’imperialismo, il sionismo e l’apartheid. Qualcuno potrà dire che le sue posizioni furono soprattutto di tipo religioso, però ci sono molti leader religiosi al mondo che non valgono niente.

Nei paesi capitalisti, molti giovani talentuosi, per poter emergere nel pugilato olimpico, si trasformano in pugili professionisti con l’unica illusione di poter uscire dalla povertà, questo con tutti i rischi che implica per la loro integrità fisica, dato che a volte queste giovani promesse sportive sono “maturate a forza” e non hanno ancora né sviluppo fisico, né sufficiente esperienza, però le loro necessità sono talmente tante che mettono a rischio la loro vita cercando di uscire dalla povertà, cosa che non sempre succede. E anche quando alcuni ci riescono, a volte terminano nella miseria visto che quelli che davvero si arricchiscono sono gli impresari che, come nei circhi romani, mandano a combattere i loro schiavi per trarne vantaggio.

Fidel Castro, Teofilo Stevenson e Muhammad Alì a Cuba nel 1996

Fidel Castro, Teofilo Stevenson e Muhammad Alì in una foto scattata a Cuba nel 1996

Questo sarebbe potuto essere il caso di Teofilo Stevenson, che fu, come quasi tutti i buoni pugili, di origine molto umile. Suo padre lavorava come tagliatore di canna da zucchero, e la sua carriera pugilistica non si sarebbe mai potuta sviluppare a fondo, se non fosse stato per la Rivoluzione Cubana che proclamando il suo carattere socialista, non solo fece terminare il carattere commerciale dello sport, ma riuscì a costruire anche una grande infrastruttura sportiva attraverso l’Istituto Nazionale dello Sport, dell’Educazione Fisica e Ricreazione (INDER) con la quale il pugilato portò sull’isola allenatori del calibro di Kurt Rosentil e dei sovietici Evgueni Ogurenkov, Andrei Chervonenko e Vasili Romanov, tra gli altri. Alcides Sagarra fondò quella che sarebbe diventata la Suola Cubana di Boxe, dove si svolge il miglior lavoro con i pugili di tutto il mondo, per adeguarli alla realtà cubana. Così sorge la Scuola Superiore del Perfezionamento Atletico (ESPA), e vengono create le Scuole di Avvio allo Sport e le Aree Speciali. Tutta questa infrastruttura è stata quella che ha permesso a Teofilo e a tanti altri giovani sportivi cubani di emergere su scala internazionale nello sport olimpico.

Campione nazionale giovanile dei pesi massimi all’età di 17 anni, vicecampione nazionale del torneo Playa Girón, medaglia d’oro nel Campionato Centroamericano e Caraibico, medaglia d’oro nel VII torneo dell’Amicizia, in Bulgaria; a 20 anni arriva alle Olimpiadi di Monaco del 1972 come il principale pugile amatore del mondo nella categoria dei pesi massimi e, durante quella e le due seguenti competizioni olimpiche, Montreal 1976 e Mosca 1980, fu medaglia d’oro della categoria. Ha vinto inoltre 3 campionati mondiali per amatori nella stessa categoria. In altre competizioni ha sconfitto pugili di tutte le latitudini, vincendo 301 incontri su 321.

Certamente non abbiamo potuto assistere a un combattimento di Teofilo Stevenson contro uno dei pesi massimi più noti dell’epoca, Joe Frazier, George Foreman e Muhammad Ali, tutti passati al professionismo dopo aver vinto l’oro olimpico nella loro categoria; rimarrà il dubbio se Teofilo sarebbe stato più forte di loro. Nonostante questo, c’è un modo per riconoscere Stevenson come un pugile superiore agli altri 3, ed è comparando i record olimpici di ciascuno.

Oltre alla sua carriera sportiva, voglio menzionare qualcosa che passa in secondo piano quando si parla di Teofilo Stevenson fuori da Cuba: il suo rispetto e la sua lealtà alla Rivoluzione Cubana e al Socialismo. Dopo Monaco 72, ebbe varie offerte milionarie, tutte caricate della loro corrispondente propaganda anticomunista, perché abbandonasse la delegazione cubana e fuggisse a far quattrini nel “paese delle libertà” per i cosiddetti WASP (acronimo dell’espressione White Anglo-Saxon Protestant “bianco di origine anglosassone e di religione protestante”), dopo tutto questo era quello che succedeva nel campo della boxe, che tutti i vincitori della medaglia olimpica passavano al professionismo, un qualcosa di naturale che è sempre stata nelle mire di gente del tipo di Don King, che si fregava le mani per ottenere un combattimento tra Stevenson e Alí, che gli avrebbe fruttato dei guadagni milionari. Accadeva così che, come uccelli rapaci, girassero attorno al pugile cubano, ottenendo peraltro sempre la stessa risposta da parte dell’atleta, che nella logica finanziaria degli impresari della boxe professionistica non quadrava e finirono per ridicolizzarlo di fronte ai media e montando campagne dispregiative contro di lui, contro il Comandante Fidel Castro, contro la Rivoluzione Cubana e il Socialismo. Ogni olimpiade o ogni campionato del mondo a cui Teofilo partecipava, accadeva lo stesso, si scommetteva persino sulla sua diserzione dalla delegazione cubana, cosa che mai avvenne.

Alí è morto il 3 giugno passato, Stevenson morì un 11 di giugno di quattro anni fa e scrivo questo articolo come omaggio a questi due grandi personaggi della boxe, che fuori dal ring ebbero un’amicizia che durò molto più della loro vita sportiva, non solo perché come atleti salirono alla ribalta dei loro rispettivi spazi: Muhammad Ali come professionista, nella cornice del capitalismo e Teófilo Stevenson come amatore, nella costruzione del socialismo. Entrambi brillarono di luce propria e intensa, però, perché ricordare loro e non Frazier o Foreman? Perché entrambi furono, oltre che grandi pugili, degli uomini che non ebbero dubbi su che lato stare quando dovettero prendere una decisione: Teófilo Stevenson, fedele alla Rivoluzione Cubana e al Socialismo, Muhammad Ali, in una posizione antimperialista che gli costò persecuzione e carcere.

 

Ho visto quasi tutti i combattimenti di Alí in televisione, mi piaceva il suo stile e ho visto anche Stevenson combattere nelle olimpiadi del 72, l’ho visto nel 76 dove la figura della rumena Nadia Comaneci non lasciò risplendere totalmente la brillantezza dell’oro vinto da Teofilo, nel 1980 lo vidi brillare un’altra volta con intensità. Oggi con questo breve racconto, confermo che il combattimento mai avvenuto tra Alí e Teófilo non era necessario, i due sono stati dei grandi dentro e fuori dal ring. Il fatto che gli sfruttatori, approfittatori e gli scommettitori, che fanno la loro fortuna e lucrano sulle spalle degli atleti siano rimasti con la voglia di diventare più ricchi con questi due pugili, è stata la vendetta di entrambi dalle loro rispettive posizioni politiche.

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icona_Cuba Teófilo Stevenson versus Muhammad Ali, la pelea que nunca se dio

Conocí el box como deporte al lado de mi madre cuando era todavía muy pequeño, ella planchaba la ropa de mi papá los sábados por la noche mientras en la televisión presentaban la función sabatina de box, en blanco y negro veíamos a los diferentes boxeadores intercambiar golpes, a ella le gustaba ver las peleas de mexicanos contra extranjeros, no le gustaba ver a dos mexicanos peleando. Desde muy chico le agarré gusto al box, pero en la tv, la única vez que mi padre me llevó a una función de box, en vivo, le pedí que nos saliéramos pues me pareció demasiado sangriento el espectáculo. Ya adolescente mi tío Güicho me insistió muchas veces que entrenara para boxeador, que él me apoyaba, pero yo nunca acepté. Así fue como me fui haciendo aficionado al boxeo y así vi pasar a “Mantequilla” Napolés (quién por cierto salió de Cuba al triunfo de la Revolución porque ésta prohibió el boxeo profesional y él quería hacerse rico, triste paradoja hoy vive en la más absoluta pobreza y siendo un don nadie en Ciudad Juárez), al “Puas” Olivares, a Lupe Pintor, a Salvador Sánchez y a “Pipino” Cuevas, entre muchos otros que no tuvieron tanto cartel o que ahora escapan a mi memoria.

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Hace unos días murió una de las figuras mundiales del boxeo, Muhammad Ali, un deportista ejemplar a pesar de su gran bocaza antes de sus peleas en el box profesional, eso era parte del espectáculo; fue un grande entre los grandes de ese deporte, su vida de deportista amateur tuvo su culminación con el oro olímpico de los pesos pesados en Roma 60, pero su vida cotidiana en el país de la “libertad” (para los blancos, anglosajones, protestantes) fue harto difícil por lo que terminó enfrentando y desnudando el carácter imperialista del gobierno norteamericano y haciéndose amigo de países y gobiernos, o de líderes que defendían su derecho a la autodeterminación y se enfrentaban al imperialismo, al sionismo y al apartheid. Algunos podrán decir que su posición fue más bien de tipo religioso, pero cuántos líderes religiosos hay que son una mierda.

En los países capitalistas muchos jóvenes con talento para sobresalir en el boxeo olímpico se hacen boxeadores profesionales con la única ilusión de salir de la pobreza, esto con todos los riesgos que implica para su integridad física, pues a veces estas jóvenes promesas deportivas son “maduradas con carburo” y no tienen todavía el desarrollo físico ni la experiencia suficiente, pero su necesidad es tanta que arriesgan sus vidas en aras de salir de pobres, algo que por cierto no siempre pueden. Y aun cuando algunos lo logran, a veces terminan en la miseria pues los que verdaderamente se enriquecen son los empresarios que, como en los circos romanos, mandan a pelear a sus esclavos para que ellos se beneficien.

Ese pudo haber sido el caso de Teófilo Stevenson que fue, como casi todos los buenos boxeadores, de origen muy humilde, su padre trabajaba como cortador de caña, y su carrera boxística nunca se hubiera desarrollado como lo hizo, si no fuera por la Revolución Cubana que al proclamar su carácter socialista no sólo acabó con el mercantilismo en el deporte, sino que construyó una gran infraestructura deportiva a través del Instituto Nacional de Deportes, Educación Física y Recreación (INDER) con la que en el boxeo llevó a la isla a entrenadores de la talla de Kurt Rosentil y de los soviéticos Evgueni Ogurenkov, Andrei Chervonenko y Vasili Romanov, entre otros, Alcides Sagarra funda lo que vendría a llamarse la Escuela Cubana de Boxeo, donde se toman los mejores trabajos con boxeadores del mundo para adecuarlos a la realidad cubana. Así, surge la Escuela Superior del Perfeccionamiento Atlético (ESPA), y se crean las Escuelas de Iniciación Deportiva y las Áreas Especiales. Toda esa infraestructura fue la que permitió a Teófilo y a tantos otros jóvenes deportistas cubanos sobresalir a escala internacional en el deporte olímpico.

Campeón nacional juvenil de peso pesado a los 17 años, sub campeón nacional del torneo Playa Girón, medalla de oro en el Campeonato Centroamericano y Caribeño, medalla de oro en el VII Torneo de la amistad, en Bulgaria; a los 20 años llega a las Olimpiadas de Munich 72 como el principal boxeador amateur del mundo en la categoría de los pesos completos y, durante esa y las dos siguientes justas olímpicas, Montreal 76 y Moscú 80, fue medalla de oro de los pesos pesados. Obtuvo además tres campeonatos mundiales amateur en la misma categoría. En los inter derrotó a peleadores de todas las latitudes, ganando 301 de sus 321 peleas.

Ciertamente no se pudo nunca ver una pelea de Teófilo Stevenson contra los pesos pesados de más renombre de esa época, Joe Frazier, George Foreman y Muhammad Ali, todos ellos vueltos al profesionalismo después de haber ganado el oro olímpico en su categoría; quedará la duda de si Teófilo era mejor que cualquiera de ellos. Sin embargo hay una manera de reconocer a Stenvenson como superior a los boxeadores arriba mencionados y es comparando los records olímpicos de cada uno.

Más allá de su carrera deportiva quiero mencionar algo que pasa desapercibido cuando se habla de Teófilo Stevenson fuera de Cuba: su respeto y su lealtad a la Revolución Cubana y al Socialismo. Después de Munich, ofertas millonarias tuvo varias, todas ellas cargadas de la correspondiente propaganda anticomunista, para que desertara de la delegación cubana y se fuera a hacer dinero al país de la “libertad” para los wasp, después de todo eso es lo que se acostumbraba en el box, que todos los ganadores de medalla olímpica pasen al profesionalismo es algo hasta natural por eso siempre estuvo en la mira de gente de la calaña de Don King, que se frotaba las manos por una pelea entre Stevenson y Alí por las ganancias millonarias que le dejaría, así que como aves de rapiña merodeaban al boxeador cubano y siempre tuvieron la misma respuesta del deportista, lo que en la lógica mercantil de los empresarios del boxeo de paga no cuadraba y terminaron ridiculizándolo ante los medios y montando campañas de desprestigio contra él, contra el Comandante Fidel Castro, contra la Revolución Cubana y el Socialismo. Cada olimpiada o cada campeonato del mundo en los que participó era lo mismo, incluso se hacían apuestas sobre su deserción, lo que nunca ocurrió.

Alí murió un 3 de junio, hace apenas unos días, Stevenson murió un 11 de junio hace cuatro años y escribo este artículo a manera de homenaje a esos dos grandes del boxeo que fuera del cuadrilátero tuvieron una amistad que duró mucho más allá de su vida deportiva, no sólo porque como atletas sobresalieron cada uno en su ámbito, Muhammad Ali como profesional, en los marcos del capitalismo y Teófilo Stevenson como amateur, en la construcción del socialismo. Ambos brillaron con luz propia y con intensidad, pero, ¿por qué recordarlos a ellos y no a Freizer o a Foreman? Porque ambos fueron además de grandes boxeadores, hombres que no dudaron de qué lado estar cuando tuvieron que decidirlo: Teófilo Stevenson, fiel a la Revolución Cubana y al Socialismo, Muhammad Ali, desde una posición antiimperialista que le costó persecución y cárcel.

 

Vi casi todas las peleas de Alí en la televisión, me gustaba su estilo y vi también en la televisión pelear a Stevenson en las olimpiadas del 72, lo vi en el 76 donde la figura de la rumana Nadia Comaneci no dejó resplandecer totalmente el brillo del oro ganado por Teófilo, en el 80 lo vi brillar otra vez con intensidad. Hoy con este breve recuento confirmo que la pelea que no se dio entre Alí y Teófilo no era necesaria, los dos fueron grandes dentro y fuera del ring, que los explotadores, vividores y apostares que medran y lucran con los deportistas se hayan quedado con las ganas de hacerse más ricos con estos dos deportistas fue la venganza de ambos desde su posición política.

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Stefano Guastella
Stefano Guastella

Nato a Vinci, nel 1968. Operaio come professione. Da quando ha visitato Cuba per la prima volta, nel 1997, ne è rimasto talmente affascinato che la sua vita è cambiata. Da allora, si è sposato con Yanitza, cubana di Holguín, che gli ha regalato 3 meravigliosi figli, ha scritto un Libro/diario (Con cuba nel Cuore) e ha iniziato a tradurre articoli dallo spagnolo all'italiano, per far conoscere Cuba sotto tutti quegli aspetti ancora oggi poco conosciuti e, per quanto possibile, aiutare a rompere quell'embargo politico, economico e mediatico che tiene sotto isolamento questa splendida Isola dalla vittoria della rivoluzione, nel 1959. - Nacido en Vinci, en el 1968. De profesión obrero. Desde cuando visitó cuba por primera vez, quedó así atrapado, que su vida ha cambiado completamente. Desde entonces, se ha casado con Yanitza, cubana de Holguín, que le ha regalado 3 maravillosos hijos, escribió un libro/diario (Con cuba en el Corazón) y ha empezado a traducir artículos desde español a italiano para que los italiano puedan conocer varios aspectos de Cuba y, por cuanto posible, dar su ayuda en romper aquel bloqueo político, económico y mediático que todavía afecta esta maravillosa Isla, desde cuando la Revolución triunfó en el 1959.