Yarini, protettore cubano


28 Feb 2016

di/por D. Jácome – Juventud Rebelde – trad. Tio Gigi

icona_Italia – Nato a L’Avana il 5 febbraio del 1882. Fu battezzato nella chiesa parrocchiale della Madonna del Montserrat, con il nome di Alberto Manuel Francisco Yarini Ponce de León.

Figlio di Cirilo Yarini, odontoiatra, membro fondatore della Società di Odontoiatria e professore presso la Scuola di Chirurgia Dentale dell’Università dell’Avana, e di Juana Emilia, pianista talmente brava che arrivò a suonare davanti a Napoleone III alle Tuileries.

Alberto era l’ultimo di tre fratelli. Studiò presso il collegio avanero di San Melitón per poi continuare la sua formazione negli Stati Uniti, da dove ritornò al compimento dei 19 anni per diventare, immediatamente, un classico rappresentante della gioventù borghese del suo tempo. Assiduo frequentatore della Acera del Louvre dove si trovava ogni sera con i suoi distinti amici – nessuno dei quali lavorava- a bere drinks e a mostrare gli abiti confezionati su misura, realizzati con i migliori tessuti e decorati con ricami , passamanerie, bottoni e fermacravatte che valevano fortune. E più tardi si dava alle baldorie notturne.

Yarini era di grande bellezza fisica, con grande portamento naturale, aumentato dal suo dandismo. Sempre ben rasato e meglio ancora pettinato, pacato, con una voce bassa , ben modulata e con una raffinatezza che gli era propria dalla culla. Parlava lo spagnolo e l’ inglese con la perfezione di chi possiede una grande cultura. Era educato, tutto sorrisi e gesti raffinati con le donne, quando era nel mondo sociale, politico e familiare, mentre in San Isidro era il guappo al quale bisognava parlare a bassa voce ed al quale bisognava rendere riverenza e rispetto.

Simpatico, generoso, distribuiva in modo equanime monete e schiaffi tra gli abitanti del quartiere di San Isidro, il peggiore della città , nel quale Yarini era amico di poveri e ricchi, di bianchi e negri, al quale ci si poteva sempre ricorrere con la certezza che mai avrebbe deluso. Pagava di propria tasca l’affitto di parecchie vecchie negre ex prostitute che lo adoravano e lo lusingavano. Di lui si diceva che era un “hombre a todo“, frase che gli è sopravvissuta.

Calle San Isidro

La Calle San Isidro

Ospitava nella sua casa di Paula 96 dalle tre alle sette donne che lavoravano per mantenerlo e si azzuffava a pugni e spari con gente della peggiore specie con lo stesso entusiasmo con cui andava a ballare nei peggiori dancing dell’Avana. Ma aveva anche un’altra vita, quella che lo portava a fare la prima colazione ogni giorno a casa dei suoi genitori, incontrarsi con i suoi compagni di partito , passare serate all’Opera ed in centri culturali e di élite , corteggiare o essere amante di illustrissime signore dell’aristocrazia ed alta borghesia avanera. Yarini non nascondeva la sua ambizione di concorrere all’elezione per diventare consigliere e, in un futuro non troppo lontano, poter raggiungere la poltrona presidenziale.

Gli apache, come venivano chiamati dai cubani i protettori francesi di San Isidro , capitanati dal parigino Luis Letot, di temperamento a volte non troppo violento, che era solito dire che bisognava “vivere delle donne e non morire per loro“, alle volte poteva essere educato e squisito come un cortigiano di Versailles.

Così si comportò con Yarini quando questi gli rubò in maniera scandalosa il gioiello più prezioso della sua ultima spedizione di prostitute sbarcate a L’Avana, la Piccola (Petit) Berthe, sorella della sua amante Jeanne Fontaine, e di conseguenza sua propria cognata. Berthe, di 21 anni, occhi azzurri, bionda, era ritenuta come la più bella donna che avesse mai camminato per le strade del quartiere.

Yarini annunciò personalmente a Letot la sua relazione con Berthe, mentre il francese “fece spallucce”. Non contento di ciò, subito dopo, andò tutto solo davanti alla casa di Letot e gli gridò a gran voce, beffardamente , che tenesse bene d’occhio le sue puttane, perché la Piccola Berthe non era sufficiente a calmare i bollori che lo pervadevano in quei giorni. Letot, con calma, gli rispose : “Io muoio una sola volta“, e quella semplice frase fu come l’incantesimo che decretò il dramma singolare dove due antieroi divennero protagonisti.

A quel tempo Yarini condivideva la sua casa con tre donne di calle Paula in perfetta armonia. Elena Morales, una mulatta nel fiore dei suoi 22 anni, Celia Martinez, una bellissima meticcia e la discussa Piccola Berthe, la francese per la quale venne ucciso.

Alcuni giorni dopo i due guappi cadono uccisi in un attacco la cui storia non è mai stata completamente chiarita, e nel quale parteciparono, da un lato, Letot che con un revolver in mano sparò a Yarini a bruciapelo in strada ed i suoi compari armati dai tetti, e dall’altro Yarini che presumibilmente non riuscì nemmeno a sparare con la pistola, seguito da un tale Pepe (diminutivo per José al pari di Pepito) Basterrechea che, con un singolo colpo in mezzo alla fronte, lasciò Letot morto ammazzato sulle pietre sporche della strada.

Ma chi era José Basterrechea?

Alberto Yarini e Pepe Basterrechea

Alberto Yarini e Pepe Basterrechea

Dell’imprevista circostanza della morte violenta del re di San Isidro fu beneficiato proprio José Basterrechea, giovane vizcaíno (originario della Biscaglia), uomo di grande bellezza fisica e di elevata statura, suo migliore e inseparabile amico per motivi che sfuggono ad una piena comprensione.

Di umili origini, cenava sempre in una locanda malfamata dove Yarini veniva ogni sera, subito dopo aver cenato a casa di suo padre, solo per trovare Pepito e poi proseguire in sua compagnia i vagabondaggi notturni. Su Basterrechea ben poco si sa, sia come protettore, sia di che lavoro campasse, Yarini manteneva lui e sua madre. Pepito tenne fino alla sua morte sul muro di tutte le sue residenze un ritratto a grandezza naturale di Yarini, e rimaneva realmente colpito quando se ne parlava in sua presenza. In una delle foto che pubblichiamo è in piedi assieme a Yarini, in una posa stranamente familiare, quasi intima. In quell’epoca, questa era la collocazione usuale nelle foto di coppie in cui l’uomo era gagliardamente seduto mentre la donna era in piedi accanto a lui.

Prima di morire, al Pronto Soccorso, Yarini scrisse su un ricettario medico dell’ospedale una confessione nella quale si autoaccusava per aver sparato con la sua pistola il proiettile che aveva ucciso Letot esonerando da ogni responsabilità il suo caro Pepito.

Diecimila persone parteciparono ai funerali del re di San Isidro il 24 novembre 1910. Questo (in cronaca)  fu l’esito della storia.

Video della tomba nel cimitero Colon a L’Avana

Video en la Tumba del cementerio Colón en La Habana

icona_Cuba Yarini, chulo cubano

Alberto Manuel Francisco Yarini Ponce de León

Nacido en La Habana el 5 de febrero de 1882. Fue bautizado en la iglesia parroquial de Nuestra Señora de Monserrate, como Alberto Manuel Francisco Yarini Ponce de León.

Hijo de Cirilo Yarini, cirujano dentista, miembro fundador de la Sociedad de Odontología y catedrático titular de la Escuela de Cirugía Dental de la Universidad de La Habana, y de Juana Emilia, tan virtuosa del piano que llegó a tocar para Napoleón III en Las Tullerías.

Alberto fue el último de tres hermanos. Cursó estudios en el colegio habanero San Melitón y después prosiguió su educación en los Estados Unidos, de donde regresó a los 19 años para convertirse de inmediato en un clásico representante de la juventud burguesa de su época. Habitual de la Acera del Louvre donde acudía cada tarde con sus amigos distinguidos -ninguno de los cuales trabajaba- a beber unos tragos y a lucir sus trajes cortados a la medida, hechos con las mejores telas y adornados con yugos, leontinas, botonaduras y pasadores de corbata que valían fortunas. Y más tarde a sus juergas nocturnas.

Yarini, de gran belleza física, poseía gran porte natural, incrementado por su dandismo. Siempre bien rasurado y mejor peinado, de hablar pausado, en voz baja y bien modulada y con un refinamiento que le venía desde la cuna. Hablaba el español y el inglés con la perfección de quien posee gran cultura. Era educado, todo sonrisas y gestos refinados con las damas cuando se encontraba en el mundo social, político y familiar, mientras que en San Isidro era el guapo al que había que hablarle bajito y rendirle pleitesías y respeto.

Simpático, generoso, distribuía por igual monedas y palmadas entre los habitantes del barrio de San Isidro, el peor afamado de la ciudad, donde Yarini era amigo de pobres y ricos, de negros y blancos, a quien siempre se podía recurrir con la certeza de no ser defraudado. Pagaba con su propio dinero los alquileres de unas cuantas negras viejas retiradas ya de la prostitución, quienes lo adoraban y halagaban. De él se decía en San Isidro que era “hombre a todo”, frase que le ha sobrevivido.

San isidro hoy

San Isidro hoy

Mantenía en su domicilio de Paula 96 entre tres y siete mujeres que trabajaban para mantenerlo y se liaba a puños y balazos con lo peor de las alcantarillas con el mismo entusiasmo con que se iba a bailar a los peores salones de La Habana. Pero tenía otra vida ,que incluían desayunar cada día en la casa de sus padres, reunirse con los correligionarios de su partido, ir en las noches a la Ópera y otros centros de cultura de élites y cortejar, o ser amante, de distinguidas damas de la aristocracia y la alta burguesía habanera. Yarini no hacía un secreto de su ambición de postularse para concejal y, en un futuro no muy lejano, llegar hasta la silla presidencial.

Los apaches, como llamaban los cubanos a las pandillas de chulos franceses de San Isidro capitaneadas por el parisino Luis Letot, de temperamento tal vez no demasiado violento, que acostumbraba decir que había que “vivir de las mujeres, y no morir de ellas”, y podía mostrarse en ocasiones tan exquisito como un cortesano de Versalles.

Así se comportó con Yarini cuando este le robó escandalosamente la joya más valiosa de su último cargamento de prostitutas desembarcado en La Habana, la pequeña Berthe, hermana de su concubina Jeanne Fontaine, y por tanto su propia cuñada. Berthe, de 21 años, rubia y de ojos azules, se la tenía como la mujer más bella que paseó por las calles del barrio.

Yarini en persona anunció a Letot su relación con Berthe, y el francés se encogió de hombros. No contento con eso, poco después, completamente solo pasó frente a la casa de Letot y le gritó burlón a voz en cuello que guardara muy bien a sus putas, porque la Petit Berthe no bastaba para calmarle la calentura que tenía en aquellos días. Letot, sin perder la calma, le respondió: “Yo me voy a morir una sola vez”, y esa simple frase actuó como el conjuro que decretó la extraña tragedia donde fueron protagonistas dos antihéroes.

En ese momento Yarini compartía su casa de la calle Paula con tres mujeres en perfecta armonía. Elena Morales, una mulata en la flor de sus 22 años, Celia Martínez, una mestiza preciosa y la discutida Petit Berthe, la francesa por la que lo mataron.

Días después los dos capos caían abatidos a balazos en una embestida que nunca ha sido del todo aclarada para la Historia, y en la que participaron, de un lado, Letot revólver en mano disparando contra Yarini a quemarropa en plena calle y sus compinches armados tirando desde las azoteas, y del otro un Yarini que supuestamente no alcanzó a disparar su revólver, seguido de un tal Pepe Basterrechea que, de un solo tiro en medio de la frente, tendió difunto a Letot sobre las sucias piedras de la calle.

Pero ¿quién era José Basterrechea?
El cabo suelto en la muerte violenta del Rey de San Isidro fue José Basterrechea, joven vizcaíno de gran belleza física y elevada estatura, su mejor e inseparable amigo por razones que escapan a una total comprensión.

De extracción humilde, comía en una fonda de mala muerte, donde Yarini acudía cada tarde puntualmente después de cenar en la casa paterna, solo para encontrarse con Pepito y de ahí continuar en su compañía las andanzas nocturnas.

De Basterrechea se conoce poco, no se le conoció como chulo, y como tampoco trabajaba, Yarini lo mantenía a él y a su madre. Pepito mantuvo hasta su propia muerte en la pared principal de todos sus domicilios un retrato de cuerpo entero de Yarini, y se afectaba visiblemente cuando se le nombraba en su presencia. En una de las fotos que publicamos está de pie junto a Yarini, en una pose extrañamente familiar, casi íntima. En la época, tal colocación era la usual en las fotos de parejas, donde el hombre se mantenía gallardamente sentado mientras la mujer, de pie a su lado.

Antes de morir, en el Hospital de Emergencias, Yarini escribió, en un recetario de hospital de Emergencias, una nota en que se culpaba de haber disparado con su arma la bala que mató a Letot, exonerando así de toda responsabilidad a su querido Pepito.
Diez mil personas asistieron al entierro del Rey de San Isidro un 24 de noviembre de 1910. Así fue el desenlace.

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Tio Gigi
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